La locomotiva di Guccini: la colonna sonora di una vita sui binari e della ricerca di giustizia

 

Non è mai stato il mio genere musicale preferito. Eppure, se penso a un cantautore che ha saputo raccontare un’epoca, gli ideali e le contraddizioni di un Paese, non posso che riconoscere la grandezza di Francesco Guccini. La sua musica ha accompagnato intere generazioni e ha lasciato un segno profondo nella cultura italiana. Tra tutte le sue canzoni, una mi è rimasta nel cuore più di ogni altra: La locomotiva. Forse perché quella locomotiva l’ho conosciuta davvero. Per oltre trentasei anni ho fatto il macchinista delle Ferrovie dello Stato. Ho iniziato la mia carriera sulla linea di Campobasso, guidando le ultime locomotive a vapore ancora in servizio (treni merci sulla linea Campobasso Termoli), e, nel corso degli anni, ho condotto tutti i tipi di locomotive, fino a quelle elettriche più moderne. Chi ha vissuto la ferrovia sa che una locomotiva non è soltanto una macchina: è una compagna di viaggio, un concentrato di forza, tecnica e responsabilità. Ha un’anima che solo chi l’ha guidata può comprendere. Quando Guccini descrive la locomotiva come un essere vivo, capace di ruggire e divorare la pianura, non sta semplicemente scrivendo una poesia. Sta raccontando una sensazione che ogni macchinista ha provato almeno una volta nella propria vita. Ma c’è un’altra ragione per cui questa canzone mi appartiene. Negli anni Ottanta sono stato un attivista dei Cobas dei macchinisti a Napoli. Erano anni difficili: locomotive ormai vetuste, turni massacranti, orari di lavoro stressanti e condizioni che mettevano a dura prova sia la sicurezza sia la dignità dei lavoratori. Nacque allora la necessità di organizzarsi e rivendicare diritti che sembravano essere stati dimenticati. Per molti macchinisti di quella generazione La locomotiva non era soltanto una canzone. Era il simbolo della voglia di ribellarsi alle ingiustizie, della dignità del lavoro e della speranza che le cose potessero cambiare. Nessuno vedeva in quelle parole un’esaltazione della violenza: ciò che ci colpiva era il desiderio di giustizia sociale, la forza degli ideali e il coraggio di chi non si rassegna. Ancora oggi, ogni volta che ascolto quelle note, rivedo il vapore, sento il rumore delle ruote sui binari e ripenso ai tanti colleghi con cui ho condiviso una vita fatta di sacrifici, responsabilità e orgoglio professionale.

Per questo La locomotiva continua a emozionarmi. Non solo perché parla di treni, ma perché parla di uomini. Di uomini che hanno creduto nel proprio lavoro, che hanno lottato per la dignità e che hanno sempre sperato in un mondo un po’ più giusto.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui, a distanza di tanti anni, quella locomotiva continua idealmente a correre, non contro un treno, ma contro ogni forma di ingiustizia.

Mi. Ro.

Visualizzazioni della settimana