Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
«L'uomo è misura di tutte le cose», scriveva Protagora oltre duemila anni fa. Non era soltanto una riflessione sulla conoscenza, ma un monito sull'umiltà. Ogni giudizio nasce da un punto di osservazione. Nessuno misura il mondo dall'esterno. Il paradosso è che chi ricorda questa lezione viene spesso accusato di relativismo, mentre chi la dimentica finisce per credersi arbitro della competenza altrui. Ma chi decide chi è competente? E con quale metro Negli ultimi anni è diventata abituale una forma di polemica che evita gli argomenti e sceglie le persone. Non si confuta un'idea: si etichetta chi la esprime. "Tuttologo", "incompetente", "mistificatore". Sono definizioni che producono un effetto immediato, ma raramente dimostrano qualcosa. L'eclettismo non è una colpa. La curiosità non è un difetto. Una persona può interessarsi di politica, economia, cultura o ambiente senza pretendere di essere infallibile. Il problema nasce quando affronta un tema con superficialità o afferma il falso. Ma anche in quel caso il bersaglio dovrebbe essere l'errore, non la dignità di chi lo ha commesso. La differenza è sostanziale. Confutare un ragionamento significa contribuire al dibattito. Delegittimare una persona significa impoverirlo. La vera competenza, del resto, non teme il confronto. Chi possiede argomenti li espone. Chi possiede soltanto etichette finisce spesso per usarle come scorciatoia. Forse la domanda da porsi non è chi sia il competente e chi il tuttologo. La domanda è un'altra: una società cresce quando le idee vengono messe alla prova o quando vengono messe alla gogna le persone che le esprimono? La risposta, probabilmente, misura la qualità del nostro dibattito pubblico più di qualsiasi patente di competenza.Giuseppe Cerullo
