L’ Autoepitaffio di Otello Di Maro: un libro da ristampare e da affidare alla riflessione della cultura
La storia della letteratura è ricca di autori che
hanno ricevuto il giusto riconoscimento soltanto dopo la loro morte. Non perché
il loro valore fosse assente, ma perché il loro tempo non fu capace di leggerli
fino in fondo. In misura diversa, anche la vicenda di Otello Di Maro appartiene
a questa categoria.
L’Autoepitaffio non rappresenta soltanto il testamento poetico di un uomo profondamente segnato dalla vita; è un’opera che conserva un valore umano, letterario e sociale capace di dialogare con il presente. Proprio per questo oggi se ne avverte l’urgenza di una ristampa, accompagnata da un serio lavoro di studio e di divulgazione che la restituisca al posto che merita. Emblematico è il fatto che il pieno riconoscimento della qualità della sua poesia sia arrivato soltanto nell’ultimo anno, a circa trent’anni dalla sua scomparsa. Grazie all’impegno della professoressa Patrizia Ubaldi, l’opera di Otello Di Maro è stata finalmente sottoposta all’attenzione della critica, ottenendo importanti attestazioni di valore, tra cui il Premio Quasimodo e il riconoscimento del sonetto petrarchesco. Non si tratta di semplici premi commemorativi, ma della conferma, espressa da qualificati ambienti culturali, che quella voce possedeva autentiche qualità poetiche. È però riduttivo limitare L’Autoepitaffio alla sola dimensione letteraria. Questo libro costituisce anche un documento storico e antropologico di straordinario interesse, perché racconta, attraverso una vicenda personale, alcune delle grandi contraddizioni della società italiana del secondo dopoguerra: il razzismo, l’emarginazione, l’omofobia, il difficile rapporto con la diversità e il peso dei pregiudizi nelle piccole comunità.
L.T.
Post Scriptum ai cultori dell’indifferenza
Ora ci sarà sicuramente qualcuno che, leggendo il quattordicesimo
articolo dedicato a Otello Di Maro in appena tre giorni, probabilmente
sbufferà. Qualcun altro penserà: “Ancora con questo Otello?” È una reazione
comprensibile. La cultura disturba quando rompe l’abitudine all’indifferenza.
La memoria infastidisce chi preferisce dimenticare. E la riscoperta di una
figura scomoda mette a disagio chi si accontenta della superficialità. A
costoro non abbiamo nulla da dimostrare. I loro giudizi, e soprattutto i loro
pregiudizi, non possono condizionare un lavoro che ha un solo obiettivo:
restituire dignità a un uomo e valore a un’opera che meritano di essere
conosciuti. Noi continueremo a fare ciò che riteniamo giusto: studiare,
raccontare, discutere, divulgare. Continueremo a macinare cultura, perché la
cultura è l’unico antidoto all’ignoranza, ai luoghi comuni e alle
discriminazioni. Se anche una sola persona, leggendo queste pagine, scoprirà il
poeta prima del personaggio, l’uomo prima dell’etichetta, allora questo lavoro
avrà già raggiunto il suo scopo.
Red