Il “vinello di Marano” di Matilde Serao: quando il vino di Marano arrivava sulle tavole della Napoli dell’Ottocento

 

Dopo l’articolo di ieri sul “Maranello”, molti lettori ci hanno scritto con sorpresa e curiosità. In tanti, infatti, ignoravano che il vino di Marano fosse già conosciuto e apprezzato nella Napoli dell’Ottocento, tanto da essere citato anche dalla grande Matilde Serao nelle sue opere. Abbiamo così voluto approfondire questa curiosa e preziosa testimonianza, che lega ancora una volta la storia di Marano a quella della Napoli raccontata dalla scrittrice

C’è un piccolo dettaglio, nascosto tra le pagine di Matilde Serao, che racconta molto più di un semplice bicchiere di vino. È il “vinello di Marano”, quello che nella Napoli popolare dell’Ottocento accompagnava i maccheroni, la pizza e i pasti quotidiani della gente comune. La testimonianza più precisa si trova ne Il paese di Cuccagna, il grande romanzo che Serao dedicò alla Napoli di fine Ottocento. La scrittrice descrive i mercanti di via Santa Chiara mentre consumano il loro pranzo nelle botteghe e parla della “caraffa di vetro verdastro, piena di vinello di Marano”.

Non è dunque un riferimento generico. Serao colloca il vino di Marano dentro una scena concreta della vita quotidiana napoletana, insieme ai maccheroni e alla semplice caraffa di vetro. E c’è un secondo riferimento ancora più significativo. In un altro passaggio de Il paese di Cuccagna, raccontando la vita notturna e popolare della città, Serao cita i pizzaioli che offrivano ai clienti pizza e altre specialità “con vino di Marano e del Monte di Procida”.

Il vino di Marano, quindi, non appare nella sua opera come una curiosità occasionale. È associato a due elementi fondamentali della Napoli popolare: il cibo semplice e la convivialità.

Un vino popolare

La parola usata da Serao è significativa: non semplicemente “vino”, ma “vinello”.

La descrizione della caraffa, del vetro verdastro e della foglia di vite utilizzata come chiusura restituisce l’immagine di un prodotto semplice, destinato al consumo quotidiano e alla gente comune.

Una ricerca dell’Università degli Studi di Napoli Federico II sulla cultura alimentare e contadina campana ricorda inoltre il termine “maraniéllo”, riferito a un vino proveniente dalle campagne di Marano e caratterizzato anche dal suo costo contenuto. Questo particolare aiuta a comprendere meglio la scelta di Serao: il “vinello di Marano” era perfettamente coerente con l’ambiente sociale che la scrittrice voleva raccontare.

Non soltanto Il paese di Cuccagna

La presenza del vino di Marano nella produzione di Serao non si limita al suo celebre romanzo. In All’erta, sentinella!, pubblicato nel 1896, troviamo un’altra testimonianza. Nel racconto Terno secco, Serao scrive di un personaggio che beve il vino di Marano da un fiaschetto di vetro. È un particolare semplice, ma proprio per questo prezioso. Il vino entra nella scena quotidiana insieme alle persone, alle loro conversazioni e alle loro difficoltà. Serao non sta scrivendo una guida enologica: sta raccontando la vita dei napoletani. Ed è proprio questa spontaneità a rendere oggi così interessante la sua testimonianza.

Marano e la tradizione della vite

Il legame tra Marano e la produzione di vino non appartiene soltanto alla letteratura.

La viticoltura ha fatto parte per lungo tempo della storia agricola del territorio maranese e ancora oggi esistono realtà che continuano a coltivare la vite e a produrre vino. Naturalmente bisogna evitare un equivoco: il “vino di Marano” citato da Serao non può essere automaticamente identificato con un moderno vino imbottigliato o con una specifica denominazione attuale. Nell’Ottocento il nome indicava soprattutto un vino legato alla provenienza territoriale e alla produzione agricola delle campagne che circondavano Napoli.

La caraffa di vetro verdastro

Forse è proprio quell’immagine della caraffa di vetro verdastro, piena di vino di Marano, a rendere così suggestiva la testimonianza di Matilde Serao.

In poche parole, la scrittrice ci restituisce un mondo scomparso: le botteghe di via Santa Chiara, i mercanti, il piatto di maccheroni, il vino semplice versato dalla caraffa e il pranzo consumato senza formalità. E così, a distanza di più di un secolo, quelle pagine ci ricordano che il nome di Marano era già presente nella cultura e nella vita quotidiana della Napoli ottocentesca.

Dopo la curiosità suscitata dall’articolo di ieri sul Maranello, questa nuova testimonianza aggiunge un altro tassello alla storia del vino maranese.

Una storia che forse molti di noi avevano dimenticato, ma che Matilde Serao, con la sua straordinaria capacità di raccontare Napoli, aveva già affidato alle pagine della sua letteratura. E oggi basta una vecchia pagina per riscoprire un bicchiere di vino, un territorio e un pezzo della nostra storia.

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