Il pregiudizio, la cravatta e la paura di cambiare idea

 


Capita spesso, purtroppo, che alcuni episodi, apparentemente banali, raccontano molto più di quanto si possa immaginare. Nel primo Consiglio comunale dell’era Borrelli, al quale ho partecipato, sono stato accusato di essermi presentato con i pantaloni corti (lasciamo perdere da chi: ne ho già ampiamente parlato in altri articoli). Era piena estate, faceva un caldo anomalo, ma quella scelta sarebbe diventata quasi un caso politico, alimentando una discussione che, a dire il vero, mi è sembrata sproporzionata rispetto alla questione. Nell’ultimo Consiglio comunale, forse anche per evitare equivoci, mi sono presentato in giacca e pantaloni eleganti. Quando il presidente del Consiglio comunale, Francesco Ferrillo, ha autorizzato la stampa a effettuare riprese e fotografie, mi sono alzato e, con un sorriso, mi sono scusato pubblicamente per non aver indossato la cravatta. Anche questa volta il caldo era forte. Nel corso della seduta sono accaduti altri episodi sui quali ho preferito stemperare la tensione con qualche battuta. È il mio modo di essere: quando posso, provo a non prendere tutto troppo sul serio, soprattutto quando credo che un sorriso possa aiutare a rendere più civile e sereno un momento di confronto. Eppure, mi è stato riferito che proprio questo atteggiamento avrebbe suscitato qualche polemica e, soprattutto, avrebbe fatto cambiare a qualcuno il giudizio sulla mia persona. La cosa mi ha fatto riflettere. Quanto siamo condizionati dal pregiudizio? E quanto siamo prigionieri della paura di essere giudicati?

A volte basta un abito, una parola, una battuta, un atteggiamento diverso da quello che ci aspettiamo per costruire un giudizio su una persona. E quel giudizio, una volta formato, rischia di diventare un’etichetta difficile da cancellare. Il problema diventa ancora più serio quando il pregiudizio finisce per condizionare le scelte future: meglio non coinvolgerlo in questo ruolo, meglio non affidargli quell’incarico, perché potrebbe farci fare una brutta figura. Ma una persona può essere valutata davvero per un episodio? Per un paio di pantaloni corti? Per una cravatta mancante? Per una battuta? Credo di no. Chi svolge un ruolo pubblico, politico o istituzionale dovrebbe avere anche il coraggio di rivedere le proprie impressioni. Cambiare idea su una persona non è una debolezza: è intelligenza. Io continuerò a fare il giornalista, con il rispetto che devo alle istituzioni e alle persone, ma senza rinunciare alla mia ironia e alla mia libertà di pensiero. E, se qualche volta mancherà la cravatta, pazienza.

Spero che nessuno confonda mai un nodo al collo con il valore di una persona.

Domenico Rosiello, direttore del blog Calvizzanoweb

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