Parole, memoria, musica e racconto nell’opera del Maestrone
Ricordo ancora il momento in cui ho “incontrato” Francesco Guccini. Era maggio del 1976, ero in via Scarlatti, a casa di una compagna di classe, Gina: dovevamo studiare latino per l’ultima interrogazione, quando arrivò suo fratello Alfredo, più grande di noi di qualche anno, brandendo il vinile di Via Paolo Fabbri 43 come una specie di Durlindana. Non avevo mai sentito le sue canzoni, ne ignoravo quasi completamente l’esistenza, ma per me si aprì un nuovo mondo, un mondo che non avrei mai più abbandonato.
Il 6 agosto 2026 ci ha
lasciati uno dei grandi protagonisti della cultura italiana degli ultimi
decenni: Francesco Guccini. Aveva ottantasei anni. Con lui scompare un artista
che per oltre mezzo secolo ha attraversato la musica, la letteratura, la cultura
popolare e la memoria collettiva italiana. La notizia è stata comunicata dalla
famiglia e ha suscitato un vastissimo cordoglio. (Corriere della Sera).
Giorgio Gaber, in una delle
frasi rimaste legate alla figura di Guccini, invitava scherzosamente i
bolognesi a tenersi stretto il proprio cantautore, osservando che chi era
riuscito a scrivere tredici strofe su una locomotiva poteva davvero scrivere di
tutto. Al di là della battuta, il concetto coglie bene una caratteristica
fondamentale di Guccini: la capacità di trasformare qualsiasi argomento in
racconto, dalla storia alla filosofia, dalla politica alla vita quotidiana,
dalla memoria familiare alle proprie inquietudini.
Eduardo Bennato nel 1980
cantava Sono solo canzonette. Ma sono davvero solo canzonette? Oppure alcune
possono assurgere al titolo di poesie?
La domanda non è semplice e
probabilmente non può avere una risposta definitiva. Tuttavia, l’opera di
Guccini offre un’occasione privilegiata per affrontarla.
Dalla seconda metà degli anni
Sessanta, in Italia, la canzone comincia progressivamente a cambiare natura:
accanto agli interpreti si affermano gli autori che cantano le proprie
composizioni e nasce quella figura ibrida che prenderà il nome di cantautore,
fusione di cantante e autore.
In America, già da qualche
anno, Bob Dylan aveva portato la canzone folk verso una nuova dimensione. Il
“menestrello di Duluth” aveva mostrato che una canzone poteva raccontare la
guerra, l’ingiustizia, le contraddizioni della società, ma anche le paure e le
fragilità dell’individuo. La canzone non era più soltanto intrattenimento:
poteva diventare racconto, denuncia, riflessione. Nel 2016 Dylan avrebbe
ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, riconoscimento che avrebbe
ulteriormente reso evidente quanto il confine tra canzone e letteratura potesse
essere labile.
Uno dei cantautori italiani
che più ha riconosciuto l’importanza della lezione dylaniana è stato proprio
Francesco Guccini.
Anche Guccini è stato, prima
di tutto, un cantastorie, come amava definirsi. Un cantastorie moderno, capace
di utilizzare la tradizione della narrazione orale e di mescolarla con una
cultura letteraria vastissima.
Per generazioni è stato una
sorta di nume tutelare, un punto di riferimento, un faro nella tempesta
dell’informazione e, qualche volta, della disinformazione. Non a caso è stato
chiamato “il Maestrone”: un accrescitivo che alludeva sia alla sua cultura sia
alla sua imponente presenza fisica.
I suoi testi, spesso ispirati
a temi storico-sociali, hanno un elemento ricorrente: la rima.
Nei testi di Guccini la rima
è importantissima, forse addirittura fondamentale. È possibile che questa
attenzione alla dimensione orale della parola sia legata anche alla sua
formazione e all’infanzia trascorsa a Pàvana, frazione di Sambuca Pistoiese, nell’Appennino
tosco-emiliano, territorio nel quale la tradizione dell’improvvisazione in
versi ha avuto una presenza significativa.
Guccini stesso si è cimentato
più volte nell’ottava rima e nell’improvvisazione, anche insieme a personaggi
della cultura e dello spettacolo.
Ma non è soltanto la rima a
contraddistinguere i testi delle sue canzoni.
C’è una notevole padronanza
della lingua, c’è una grande quantità di figure retoriche, ci sono riferimenti
letterari più o meno espliciti, ci sono i temi fortemente legati alla sua vita
e alle sue radici.
Ma basta tutto ciò per
rendere i suoi testi delle poesie?
La lingua e la poesia
Il grande linguista russo
Michail Bachtin ha riflettuto a lungo sulle possibilità della parola letteraria
e sulla complessità del linguaggio poetico. La poesia, nella sua particolare
elaborazione della lingua, sembra utilizzare tutte le potenzialità del linguaggio:
il significato delle parole, il loro suono, il ritmo, le intonazioni e persino
la dimensione fisica della loro pronuncia.
La poesia, dunque, non usa
semplicemente la lingua: la porta al limite delle sue possibilità.
È proprio questo che rende
interessante la scrittura di Guccini.
La sua parola non serve
soltanto a raccontare qualcosa. Costruisce immagini, evoca luoghi, restituisce
volti e persone, trasforma la memoria individuale in memoria collettiva.
La sua maggiore fonte di
ispirazione è spesso l’introspezione psicologica intrecciata al vissuto
sociale. Ovunque affiora un sentimento di meditazione sui luoghi dell’infanzia,
sugli amici, sulla famiglia, sulle scelte compiute e su quelle che non possono più
essere cambiate.
Il rapporto tra musica e
musicalità delle parole nei testi di Guccini sfocia così in un continuum
narrativo fatto di veri e propri racconti legati anche alla sua autobiografia.
Radici è profondamente legato
alla storia della sua famiglia; Il pensionato osserva la quotidianità e la
solitudine di un uomo; Canzone delle osterie di fuori porta ed Eskimo
riflettono sulle conseguenze delle scelte compiute in gioventù, sulle trasformazioni,
sulle occasioni perdute.
Molte delle sue canzoni sono
attraversate da una sottile tristezza per il tempo passato, per ciò che eravamo
e per ciò che non siamo più.
Il tempo, in Guccini, non è
soltanto una successione di anni: è una lente attraverso la quale osservare la
propria vita.
Come egli stesso ha ricordato
in un’intervista poi diventata libro, ha sempre avvertito fortemente il senso
del tempo che passa, della vecchiaia che arriva e della sensazione di sentirsi
vecchi anzitempo.
In Radici, del 1972, Guccini
ha appena trentadue anni, eppure già nel verso iniziale compare un’immagine
destinata a diventare emblematica: la casa collocata “sul confine della sera”.
È un’immagine fortemente
evocativa.
La casa sembra stagliarsi
contro un tramonto e, attraverso la sua collocazione, introduce immediatamente
l’ascoltatore in una dimensione sospesa tra presente e passato.
Quella casa diventa uno
scrigno della memoria.
Il poeta interroga le pietre,
cerca le voci degli antenati, prova a raggiungere un passato che non può più
essere recuperato nella sua interezza. Le pietre, però, restano mute, oppure
parlano attraverso un linguaggio che l’uomo non è più capace di comprendere.
Alla fine la casa sembra
rivelare il proprio compito: custodire la memoria.
E solo attraverso la memoria
possiamo tornare alle nostre radici.
Via Paolo Fabbri 43: il
cantautore e il suo mondo
Nel 1976 esce Via Paolo
Fabbri 43, uno degli album più importanti della produzione gucciniana e, come
ricorda anche il sito ufficiale dell’artista, un lavoro nel quale convivono
dimensione politica e dimensione privata. (Francesco Guccini Official)
Il brano che dà il titolo
all’album è una vera ghiottoneria per chi voglia studiare la cultura di
Guccini.
Dentro c’è praticamente tutto
il suo mondo: la musica, i colleghi cantautori, la filosofia, la letteratura,
Bologna, l’ironia, il gusto per il paradosso.
Compaiono riferimenti a Bach,
Cartesio, Roland Barthes, Borges e Omar Khayyam, in un gioco continuo tra
cultura alta e cultura popolare. La canzone sembra quasi mettere in scena il
cantautore stesso, diviso tra il desiderio di essere riconosciuto come intellettuale
e la consapevolezza ironica di essere, in fondo, un uomo comune.
È proprio questa mescolanza a
produrre uno degli effetti più interessanti della scrittura gucciniana.
Cartesio può convivere con
un’osteria.
Borges può incontrare un
cantautore bolognese.
La cultura accademica può
essere osservata con ironia da chi non si è mai sentito completamente a proprio
agio nelle istituzioni culturali.
In questa dimensione si può
riconoscere anche una componente carnevalesca nel senso bachtiniano: le
gerarchie vengono abbassate, il colto e il popolare si mescolano, ciò che
normalmente appartiene a livelli diversi della cultura viene messo sullo stesso
piano.
L’intellettuale può diventare
giullare.
L’idealista può diventare
buffone.
E talvolta le due figure
possono addirittura coincidere.
Il pensionato e Incontro:
il tempo che passa
È difficile non riconoscere
in alcune pagine di Guccini una sensibilità vicina alla poesia crepuscolare.
In Il pensionato e Incontro,
per esempio, la quotidianità diventa il luogo nel quale il tempo si rende
visibile.
Nel primo caso attraverso la
ripetizione dei gesti e delle giornate di un uomo ormai anziano; nel secondo
attraverso l’incontro casuale con una persona appartenente al passato.
Entrambi i testi possono
essere letti come sequenze di immagini, quasi fotografie.
Guccini osserva.
Non giudica immediatamente.
Lascia che siano i dettagli a
parlare.
Poi, quasi sempre, arriva una
riflessione più amara: la precarietà dell’esistenza, la consapevolezza che il
tempo trasforma tutto e che spesso non siamo destinati a lasciare dietro di noi
il segno che avremmo voluto.
È proprio nei dettagli
apparentemente insignificanti che Guccini trova la poesia.
Le osterie e il
cantastorie
Le osterie sono sempre state
molto presenti nell’immaginario gucciniano.
Da giovane Guccini comincia a
esibirsi all’Osteria delle Dame, dove costruisce un rapporto diretto con il
pubblico, fatto di musica, conversazione, ironia e improvvisazione.
L’osteria rappresenta un
luogo nel quale tutto sembra più genuino.
Si suona e si canta, si
guarda la gente in faccia, si interagisce con il pubblico, si scherza, si
improvvisa.
È un modo di fare spettacolo
che Guccini ha spesso ricondotto anche alla figura della madre e a una sorta di
“cabaret istintivo”.
Il cantastorie è proprio
questo: colui che racconta una storia davanti a qualcuno.
Prima ancora della
televisione, della radio e dei dischi, il cantastorie era uno dei grandi
trasmettitori della cultura orale. Le storie passavano di bocca in bocca, si
modificavano, si arricchivano, entravano nella memoria collettiva.
Guccini porta questa
tradizione nel Novecento e poi nel nuovo millennio.
Racconta la propria vita, le
storie del passato, le persone incontrate, come se stesse parlando a un gruppo
di amici.
La rima e le figure retoriche
sono importanti, ma quasi sembrano venire dopo.
Prima c’è la storia.
Dove finisce dunque la
tecnica e dove comincia il testo?
Forse, nel caso di Guccini,
la domanda è mal posta: tecnica e racconto sono inseparabili.
La narrazione è spesso breve,
diretta, tipica del cantastorie, ma non è mai semplicistica.
Al contrario, è colta, piena
di riferimenti, di atmosfere, di immagini evocative.
Le parole sembrano pennellate
su una tela: mentre ascoltiamo i versi, le immagini prendono forma davanti ai
nostri occhi.
La locomotiva: la storia
che diventa mito
Se La locomotiva è
probabilmente la canzone di Guccini più conosciuta, è anche quella che meglio
dimostra la sua capacità di trasformare un fatto storico in racconto epico.
La canzone, pubblicata nel
1972 nell’album Radici, prende spunto dalla vicenda di Pietro Rigosi, fuochista
anarchico che il 20 luglio 1893 si impadronì di una locomotiva alla stazione di
Poggio Renatico e la condusse verso Bologna. La vicenda ebbe grande risonanza
nella cronaca dell’epoca e nel tempo si caricò di elementi mitici. (Wikipedia)
Guccini non si limita a
raccontare il fatto.
Lo trasforma.
La cronaca diventa ballata.
Il protagonista diventa un
eroe popolare.
La locomotiva stessa diventa
quasi un essere vivente.
Il lettore-ascoltatore non ha
bisogno di immagini proiettate sul palcoscenico: le costruisce con la propria
fantasia.
La macchina viene
rappresentata attraverso immagini di forza, velocità, fumo, fuoco e
distruzione. Ed è difficile, ascoltandola, non pensare alla rappresentazione
della macchina e della forza contenuta nell’Inno a Satana di Giosuè Carducci.
Le affinità sono soprattutto
nell’immagine della macchina come creatura gigantesca, quasi mostruosa, capace
di attraversare e dominare il paesaggio.
Non è necessario parlare di
imitazione.
È più interessante parlare di
dialogo con una tradizione letteraria che Guccini conosceva bene e alla quale
si richiama trasformandola.
Nel testo di Carducci la
macchina rappresenta la forza del progresso e della ragione; nella canzone di
Guccini la locomotiva diventa invece il simbolo di una rivolta contro
l’ingiustizia sociale.
Il fatto storico si trasforma
così in mito.
E il mito si trasforma in
canzone.
La locomotiva possiede
inoltre tutte le caratteristiche della ballata narrativa: una storia, un
protagonista, un conflitto, un ritmo che accompagna il racconto e una
conclusione tragica.
È una canzone che si presta
naturalmente alla dimensione collettiva.
È stata cantata da
generazioni di giovani, nelle piazze e nei concerti, e ha assunto nel tempo un
significato che va oltre la vicenda storica dalla quale prende le mosse.
Non è soltanto la storia di
Pietro Rigosi.
È diventata il racconto di
chi, davanti a un’ingiustizia, sogna almeno per un istante di poterla
abbattere.
Libera nos, Domine: contro il
fanatismo
Se La locomotiva rappresenta
il Guccini narratore e libertario, Libera nos, Domine, pubblicata nel 1978,
rappresenta forse più di ogni altra il Guccini che guarda con diffidenza a ogni
forma di fanatismo.
La canzone prende di mira il
dogmatismo, il manicheismo, l’intolleranza, la pretesa di possedere una verità
assoluta.
Il bersaglio non è una sola
ideologia.
È la mentalità che divide il
mondo in buoni e cattivi, amici e nemici, “noi” e “loro”.
La formula “o con noi o
contro di noi”, presente da molto tempo nella retorica politica e religiosa,
diventa nel testo il simbolo di questa logica assoluta.
Il tema conserva una
sorprendente attualità.
Nel settembre del 2001
Guccini avrebbe dovuto tenere un concerto a Prato. Dopo gli attentati dell’11
settembre l’appuntamento venne rinviato e, quando il concerto si tenne, il
significato di una canzone come Libera nos, Domine apparve inevitabilmente diverso.
Non perché il testo fosse una
profezia.
Ma perché parlava di
fanatismo, odio, terrore e intolleranza in un momento nel quale quelle parole
avevano assunto una nuova e drammatica concretezza.
È proprio questa una delle
caratteristiche delle grandi canzoni civili: non hanno bisogno di prevedere il
futuro.
È sufficiente che continuino
a parlare al presente.
Due lauree honoris causa
La cultura e le capacità
artistiche di Guccini sono state riconosciute anche dal mondo accademico.
L’Università di Bologna gli
conferì una laurea honoris causa in Scienze della Formazione il 21 ottobre
2002. Il dato è documentato dall’Archivio Storico dell’Università. (Archivio
Storico)
Nel 2012 arrivò un secondo
riconoscimento, questa volta dall’American University of Rome, che gli conferì
una laurea honoris causa in ambito umanistico-letterario. (Il Resto del
Carlino)
Sono riconoscimenti
significativi perché testimoniano quanto l’opera di Guccini sia andata oltre i
confini della musica.
Le sue canzoni sono diventate
materiale di studio, oggetto di analisi linguistica e letteraria, testimonianza
di un’epoca e, soprattutto, patrimonio culturale condiviso.
L’ultima Thule: l’ultimo
viaggio
Nel 2012 Guccini pubblica
L’ultima Thule, album che per lungo tempo è stato considerato il suo ultimo
lavoro di inediti.
Il titolo richiama la mitica
Thule, la terra posta ai confini del mondo conosciuto. Nel disco questa
immagine può essere letta come metafora di un approdo, di un limite, della
conclusione di un viaggio.
L’idea dell’ultima terra
conosciuta si presta perfettamente alla rappresentazione di una carriera
arrivata alla sua fase conclusiva.
È un’immagine che richiama il
viaggio del marinaio, ma anche quello dell’uomo attraverso la propria vita.
Il viaggio verso l’infanzia.
Il viaggio attraverso gli
amici.
Il viaggio dentro la memoria.
Il viaggio verso la
vecchiaia.
E infine il viaggio verso una
sorta di ultima riva.
In questo senso L’ultima
Thule sembra quasi chiudere un cerchio aperto molti anni prima.
In Radici c’era il bisogno di
tornare indietro, di cercare ciò che ci aveva generato.
In L’ultima Thule compare
invece l’idea dell’approdo.
Non è più soltanto importante
sapere da dove veniamo.
Diventa importante
comprendere dove siamo arrivati.
La canzone come “scatola
magica”
Forse la risposta alla
domanda iniziale — se una canzone possa essere poesia — si trova in Una
canzone, brano pubblicato nel 2004 nell’album Ritratti.
È quasi una “metacanzone”:
una canzone che riflette sulla propria natura.
Guccini descrive la canzone
attraverso una serie di metafore: può essere fragile e semplice, ma può anche
aprire il cuore, raccontare vite, trasformarsi in manifesto, bandiera, memoria.
A un certo punto la definisce
una “scatola magica”.
È probabilmente una delle
immagini più belle per comprendere la sua idea di canzone.
Una scatola può contenere
cose apparentemente insignificanti.
Ma può anche custodire un
ricordo.
Una fotografia.
Una voce.
Un odore.
Un volto.
Un luogo.
Una canzone può fare la
stessa cosa.
Può rimanere per anni chiusa
dentro la memoria e poi, improvvisamente, essere riaperta.
Bastano le prime note.
E torniamo in un’altra epoca.
Torniamo giovani.
Rivediamo persone che non ci
sono più.
Ritroviamo noi stessi come
eravamo.
È forse questo il vero potere
della canzone.
La musica non è soltanto
accompagnamento della parola: è ciò che contribuisce a fissarla nella memoria.
La parola dà forma
all’esperienza.
La musica la rende
memorabile.
La voce la rende umana.
E insieme possono produrre
qualcosa che supera la semplice somma delle parti.
Tra letteratura e pubblico
Guccini è stato spesso
definito uno dei più colti cantautori italiani. Umberto Eco ne ha sottolineato
la cultura e la capacità di trasformare i propri versi in patrimonio condiviso;
Alberto Asor Rosa ha invece messo in evidenza la capacità della sua poesia di
rivolgersi direttamente alla gente.
È proprio questo uno degli
aspetti più interessanti del fenomeno Guccini.
La sua scrittura si colloca
in una zona di confine.
Tra letteratura e musica.
Tra cultura alta e cultura
popolare.
Tra memoria individuale e
memoria collettiva.
Tra poesia scritta e oralità.
Le parole in musica hanno la
possibilità di raggiungere strati sociali molto più ampi rispetto alla poesia
tradizionale.
Una poesia può essere letta.
Una canzone può essere
ascoltata, imparata a memoria, cantata insieme agli altri.
Può uscire dal libro e andare
in piazza.
Può entrare in un’osteria.
Può accompagnare una
generazione.
Può addirittura diventare una
sorta di patrimonio orale contemporaneo.
La narratività tipica dei
cantautori, e particolarmente evidente in Guccini, non riguarda soltanto la
liricità dei testi, ma anche la loro forte caratterizzazione dei luoghi.
Bologna, Pàvana, le osterie,
le strade, le stazioni, le case, i quartieri diventano scenografie di una
memoria personale che, proprio perché raccontata con tanta precisione, diventa
universale.
Allora, la canzone è
poesia?
Forse la risposta non
consiste nel decidere se una canzone debba essere chiamata poesia oppure no.
La canzone d’autore possiede
una natura propria: nasce dall’incontro tra parola, musica, ritmo e voce.
Non è necessariamente poesia
scritta alla quale sia stata aggiunta una musica.
Ma può raggiungere una
dimensione poetica.
Può utilizzare la lingua in
modo creativo, costruire immagini, lavorare sul ritmo, sulla rima, sulle
metafore, sulla memoria e sull’emozione.
Nel caso di Guccini, inoltre,
la parola possiede una forza narrativa straordinaria.
Non si limita a dire:
racconta.
Non si limita a descrivere:
evoca.
Non si limita a ricordare: fa
ricordare.
Ed è forse proprio questa la
ragione per cui le sue canzoni hanno attraversato generazioni così diverse.
Guccini non ha mai avuto
bisogno di scegliere tra cultura alta e cultura popolare.
Ha messo insieme entrambe.
Ha potuto parlare di Borges e
di osterie, di Carducci e di anarchici, di filosofia e di amici, di storia e di
ricordi.
Ha dimostrato che la cultura
non perde dignità quando diventa popolare.
Al contrario, può acquistare
una forza nuova.
La sua scrittura ha saputo
trasformare l’esperienza individuale in esperienza collettiva.
E forse è proprio questa la
caratteristica che più lo avvicina alla tradizione dei cantastorie.
Il cantastorie racconta una
storia perché qualcuno la possa ricordare.
Guccini raccontava le sue
storie perché noi potessimo riconoscerci dentro.
Alla fine, dunque, la canzone
può davvero essere una “scatola magica”.
La apriamo molti anni dopo e
troviamo ancora qualcosa.
Una voce.
Un’immagine.
Una persona.
Un tempo che credevamo
perduto.
E, qualche volta, troviamo
noi stessi.
Francesco Guccini ci lascia
una grande scatola piena di parole, storie, memoria e musica.
Forse non è necessario
stabilire se tutto questo sia poesia.
È sufficiente riconoscere che
alcune canzoni, quando riescono a sopravvivere al proprio autore, al proprio
tempo e persino alla generazione che le ha viste nascere, hanno già raggiunto
qualcosa che appartiene alla poesia: la capacità di continuare a vivere dentro
chi le ascolta.
Patrizia Ubaldi
