Il riconoscimento internazionale di un poeta
dimenticato: tra sonetti petrarcheschi, endecasillabi impeccabili e una poesia
capace di coniugare rigore metrico, intensa umanità e profonda sensibilità
letteraria.
L’articolo dedicato alla figura e all’opera del poeta Otello Di Maro,
pubblicato originariamente sul blog di Mimmo Rosiello, ha ottenuto un
importante riconoscimento culturale con la sua pubblicazione sulla rivista
Orizzonti Culturali Italo-Romeni, prestigioso periodico che promuove il dialogo
letterario tra Italia e Romania. Un approdo significativo che restituisce
finalmente una dimensione internazionale a un autore rimasto per troppo tempo
confinato nell’oblio di una piccola realtà provinciale. È una sorta di
risarcimento morale per un uomo che in vita conobbe soprattutto
l’emarginazione. Otello Di Maro, nato a Calvizzano il 16 gennaio 1945 e morto
la notte di Natale del 1998, rappresenta una delle figure più singolari e
tragiche della poesia contemporanea del secondo Novecento italiano: un
operaio-imbianchino autodidatta che, lontano dai circuiti accademici e
letterari, seppe costruire una poesia di sorprendente rigore tecnico e di
straordinaria profondità umana.
Un figlio della guerra
La sua vicenda personale è segnata fin dall’inizio dalla discriminazione.
Figlio di un soldato afroamericano che, terminato il conflitto, non fece mai
ritorno per mantenere la promessa di portare lui e la madre negli Stati Uniti,
Otello cresce nella provincia rurale napoletana del dopoguerra portando
sulle spalle il peso di una triplice diversità: quella di un bambino senza
padre, quella del colore della pelle e, successivamente, quella della propria
omosessualità.
In un piccolo paese degli anni Cinquanta e Sessanta, dove tutti si
conoscono e il giudizio collettivo diventa una forma di controllo sociale,
vivere una simile condizione significa essere continuamente esposti al
pregiudizio. La provincia osserva, commenta, etichetta. E Otello, uomo schivo e
riservato, sceglie progressivamente il silenzio come forma di difesa.
L’albatro di Baudelaire
La figura che meglio rappresenta Di Maro è forse quella dell’Albatro di
Charles Baudelaire. Come il grande uccello simbolo del poeta, Otello è
magnifico quando vola nello spazio della poesia, ma appare impacciato e
vulnerabile nella quotidianità.
Nei suoi versi trova quella libertà che la società gli nega. La scrittura
diventa il luogo in cui la sua sensibilità può finalmente dispiegare le ali,
lontano dalle convenzioni e dalle ipocrisie di un ambiente incapace di
comprenderne la profondità.
La scoperta di un poeta nascosto
Per chi, come me, lo aveva semplicemente incrociato per strada con gli
abiti da lavoro o davanti a un bar del paese, la scoperta della sua produzione
poetica è stata sorprendente. L’incontro con la poesia In morte della nonna,
pubblicata da Domenico Rosiello sul suo blog, ha rivelato immediatamente una
realtà inattesa. Non si trattava della poesia spontanea di un dilettante, ma di
un vero sonetto petrarchesco: due quartine e due terzine in endecasillabi,
costruite secondo una rigorosa architettura metrica, con un sapiente uso delle
figure retoriche e una padronanza della lingua che lasciavano intuire solide
competenze letterarie. Era evidente la presenza di una formazione classica maturata
da autodidatta, capace di confrontarsi con la grande tradizione della lirica
italiana.
Anafore, metafore, metonimie, anastrofi, litoti,
sinestesie, sinalefi e sineresi si intrecciavano con naturalezza in una
costruzione poetica di rara eleganza.
Per fugare ogni dubbio, sottoposi il testo alla professoressa Monica
Fekete, docente associata di Letteratura Italiana presso l’Università
Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca, esperta di letteratura medievale e rinascimentale.
Il suo giudizio confermò pienamente l’impressione iniziale: ci si trovava
davanti a un autore degno di approfondimento, la cui padronanza della forma
petrarchesca meritava uno studio critico.
Fu allora che, grazie alla disponibilità di Domenico Rosiello, ebbi la
possibilità di leggere l’intera silloge L’autoepitaffio, stampata nel 1999 in
pochissime copie grazie all’impegno degli amici del poeta.
La poesia come testimonianza
La raccolta rivela un autore sorprendentemente maturo.
Di Maro alterna sonetti, liriche tradizionali e versi liberi, affrontando
temi quali la memoria, la solitudine, l’amore, la morte, la giustizia sociale,
il dolore dell’emarginazione e la ricerca della propria identità.
Le sue poesie sono quasi sempre precedute da brevi aforismi che fungono da
esergo, piccoli testi autonomi che introducono il lettore nella dimensione
della lirica.
La sua è una poesia melodica, intimista, spesso crepuscolare, ma mai
ripiegata sul semplice autobiografismo. L’“io” poetico diventa universale: il
dolore personale si trasforma in esperienza collettiva.
In questo senso emerge chiaramente una concezione della poesia vicina a
Thomas Stearns Eliot. Come sosteneva il poeta inglese, la poesia non è soltanto
espressione delle emozioni, ma anche liberazione da esse. Le esperienze
individuali vengono trasfigurate fino a diventare patrimonio comune del
lettore.
Le immagini della memoria
L’intera produzione poetica di Di Maro è costruita attraverso immagini,
simboli, richiami continui. Le “mani”, ad esempio, ritornano in più
componimenti come sineddoche dell’umanità, del lavoro, della solidarietà. Seguendo
la terminologia di Ezra Pound, la sua poesia può essere definita insieme
fanopica e logopica: fatta di immagini nitide e di parole dense di significati
impliciti, che richiedono al lettore una partecipazione attiva. Anche il
ricorso all’objective correlative di Eliot appare evidente. Attraverso oggetti,
paesaggi e situazioni apparentemente semplici, Di Maro riesce a evocare stati
d’animo complessi senza mai indulgere nell’enfasi.
Le voci della provincia
Una delle poesie più emblematiche è Le voci, preceduta dall’aforisma:
“Se una storia ti viene raccontata male, perlomeno non raccontarla peggio”.
Qui il poeta riflette sul pettegolezzo, sulla deformazione della verità e
sul peso del giudizio sociale. È impossibile non pensare alla celebre
“Calunnia” del Barbiere di Siviglia di Rossini: il pettegolezzo cresce, si
amplifica, distrugge una persona.
Otello conosce bene questo meccanismo. Lo vive sulla propria pelle e lo
trasforma in poesia, denunciando con straordinaria lucidità l’ipocrisia del
moralismo provinciale.
Tra Eros e Thanatos
Il tema della morte attraversa l’intera raccolta.
Non è soltanto la morte fisica, ma anche quella simbolica, quella prodotta
dall’esclusione sociale. Nella poesia Le anime suicide emerge con forza la
tensione tra Eros e Thanatos, tra istinto di vita e desiderio di annullamento,
in una prospettiva che richiama le riflessioni di Herbert Marcuse. La morte,
nelle sue liriche, non appare mai come gesto spettacolare, ma come estrema
conseguenza di una lunga sofferenza interiore.
Un artista completo
Ridurre Otello Di Maro al solo ruolo di poeta sarebbe limitativo.
Compose oltre ottanta liriche, più di cento testi musicali, racconti e
favole.
Molto del suo lavoro andò perduto quando, in un momento di disperazione,
decise di bruciare i propri manoscritti. Prima di morire riuscì tuttavia a
ricostruire a memoria parte della sua produzione, consentendo così la
pubblicazione postuma di ventiquattro poesie e ventisette testi di canzoni
nella raccolta L’autoepitaffio.
Scriveva musica, cantava accompagnandosi con la chitarra e aveva inciso
anche alcune composizioni.
L’ultima eredità
Otello Di Maro morì la notte del 24 dicembre 1998.
Scelse il silenzio con cui aveva vissuto tutta la sua
esistenza.
Lasciò però un patrimonio poetico che oggi appare
ancora più prezioso.
La pubblicazione del saggio su Orizzonti Culturali Italo-Romeni rappresenta
molto più di una semplice ristampa: è il riconoscimento di un autore che, pur
vivendo ai margini, possedeva gli strumenti tecnici, culturali e artistici di
un autentico poeta.
Per anni la provincia vide soltanto l’imbianchino.
La poesia ci restituisce invece l’uomo.
Un uomo che nascose il proprio talento dietro una tuta macchiata di
vernice, che trasformò il dolore in endecasillabi e che seppe dare voce a tutti
coloro che, come lui, hanno conosciuto la solitudine, l’emarginazione e il
bisogno profondo di essere finalmente riconosciuti.
Forse proprio per questo il suo epitaffio continua ancora oggi a risuonare
con una forza sorprendente:
“Non l’umile epitaffio, né scheletrito fior di negletta tomba ma della lingua il graffio mero svilir dell’ombra”.
È in quel “graffio della lingua” che Otello Di Maro continua ancora oggi a
vivere.
Patrizia Ubaldi