Madre: poesia, memoria e preghiera nel segno dell’amore

 

La Madonna delle Grazie, parrocchia San Giacomo Apostolo di Calvizzano: "Madre di tenerezza e di speranza, accompagna il cammino dei tuoi figli"

In occasione della Festa della Mamma, il prof. Luigi Trinchillo ci offre una intensa raccolta di testi poetici e spirituali dedicati alla figura materna, contemplata nei suoi molteplici volti: tenerezza quotidiana, sacrificio silenzioso, memoria affettuosa e riflesso del divino. Dai versi commossi di Edmondo De Amicis alla delicata invocazione anonima di una figlia alla madre scomparsa, fino alla luminosa contemplazione mariana di Paul Claudel e alla sublime preghiera di Dante Alighieri nel XXXIII canto del Paradiso, emerge un unico grande tema: la maternità come dono d’amore, presenza che consola, guida e innalza l’animo umano verso la speranza e la fede. 

“Mia madre”

“Non sempre il tempo la beltà cancella,

o la sfioran le lacrime e gli affanni;

mia madre ha sessant’anni,

e più la guardo e più mi sembra bella .

non ha un accento, un guardo, un riso, un atto

che non mi tocchi dolcemente il cuore; ah! se fossi pittore

farei tutta la vita il suo ritratto!

Vorrei ritrarla quando inchina il viso perch’ io le baci

la sua treccia bianca, o quando, inferma e stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ma se fosse il mio priego in cielo accolto,

non chiederei del gran pittor d’Urbino[1] il pennello divino

per coronar di gloria il suo bel volto;

vorrei poter cangiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei,

veder me vecchio e lei,

dal sacrificio mio, ringiovanita”.

(Edmondo De Amicis)[2]

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 “Ora è il tempo”.

 Se mai hai intenzione d’amarmi,

amami adesso

mentre io lo posso sapere,

con sentimenti dolci e teneri,

dai quali fluisce il vero affetto.

Amami ora che sono viva

non aspettare

quando me ne sarò andata

e poi averlo cesellato sul marmo,

dolci parole su fredda pietra.

Se tu hai dei pensieri dolci per me,

per favore fammelo sapere ora.

Se tu aspetterai fino a quando dormo,

con la morte tra noi, poi non ti sentirò,

perciò, se mi ami, anche solo un po’,

fammelo sapere mentre vivo,

così che io possa tenerne conto”.

 (“L’addio a una mamma”: una figlia, rimasta anonima, ritrova, fra le carte della madre, da poco morta, un biglietto e lo invia alle suore della Missione del Sorriso).  

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<<Al mattino dello splendore originale>>

“Nulla ho da offrirti, nulla da domandare…

Vengo solamente, o Madre, per contemplarti,

contemplare il tuo volto, lasciare il cuore cantare

nel suo proprio linguaggio…

Perché Tu sei bella, perché Tu sei Immacolata,

la Donna della Grazia, finalmente restituita,

la Creatura nel suo primo onore e nel suo sboccio finale,

così come è uscita da Dio,

al mattino del Suo originale splendore…

Semplicemente perché esisti, Madre di Gesù Cristo,

che Tu sia ringraziata!”. 

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Qui sopra pochi versi di una poesia più articolata: in realtà, una vera e propria preghiera, di un autore francese, purtroppo ormai quasi dimenticato. Si tratta di Paul Claudel, il poeta francese protagonista di una straordinaria “conversione”, della quale egli stesso ci ha lasciato traccia e memoria[3]. Infatti, entrato per caso (sicuri che non fosse per un intervento speciale della Provvidenza?) nella Cattedrale di Notre Dame di Parigi, proprio quella che qualche anno fa è stata deturpata da un rovinoso incendio, si trovò ad ascoltare il canto del “Magnificat”[4]. Sebbene non credente e, in quel momento, scettico in materia di fede e di religione, il Poeta ebbe un afflato mistico, quasi una “chiamata”, se non vogliamo definirla una ‘vocazione’. Da quell’esperienza nacque la sua “La Vierge à midi”, “La Vergine a mezzogiorno”, una contemplazione serena di Maria, della Sua purezza, del Suo essere segno della vera “Creatura umana nel Suo primo onore e nel suo sboccio finale”, cioè, così come l’aveva “sognata” Dio fin dall’eternità e così come potrà nuovamente diventare, attraverso la redenzione operata da Suo Figlio, Gesù Cristo. Paul Claudel contempla qui Maria senza chiedere nulla, senza invocarne grazie, senza avere nulla da offrire, eppure ringraziandola del solo fatto che Ella esista in un mondo opaco e crudele qual è quello contemporaneo, bisognoso di speranza e di luce, ma distratto da mille idoli ed aspettative sfuggenti. Ecco, allora la Creatura, emblema stesso di perfezione, àncora di sicurezza e di certezze, che suscita, nell’uomo aperto all’attesa, un atteggiamento di preghiera perfetta, che è lode, contemplazione, illuminazione, abbandono in Lei, tramite verso il Dio-Trinità. Claudel sembra suggerire che la preghiera mariana autentica conduce, di per sé, a Gesù, a suo Figlio, al “nostro” Cristo. Un abbandono fiducioso, che un altro testo a noi noto, risalente a circa un Millennio fa, fa presenta e richiama in una sequenza pasquale del Messale di Cluny, la celebre abbazia da cui prese avvio il profondo rinnovamento della Chiesa, dopo un lungo periodo di sfiducia, di travaglio e di decadenza dei costumi, nel quale sembrò essere quasi negata e definitivamente tramontata la biblica rassicurazione che le “Portae Inferi non praevalebunt”: “O Maria, donaci di gioire della vista del Cristo vivente e della gioia del Cristo Risorto. Riconciliaci con Cristo mediante la tua preghiera, Tu che sei divenuta per scelta Genitrice del Verbo di Dio, pur essendo Madre intatta. La nostra fede è che il Nato da Te, Uomo e Dio, è risorto glorificato. Sappiamo che Cristo è veramente risorto dai morti! Conservaci e proteggici, per questa nostra fede, o Madre!”. 

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<<Vergine Madre, figlia del tuo Figlio>>

Canto XXXIII del Paradiso

 dalla Divina Commedia

di Dante Alighieri

Dal verso 1 al verso 39

(La preghiera rivolta alla Vergine

 da San Bernardo di Chiaravalle su invito di Beatrice

affinché a Dante sia concessa per un attimo la visione di Dio

occupa, comunque, i versi da 1 a 39) 


“Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile ed alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face

di caritade, e giuso, ‘intra mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna

de l’universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

Più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogni nube li disleghi

di sua mortalità co’ prieghi tuoi,

sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina che puoi

Ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!”.


[1] Raffaello Sanzio, il grande artista del nostro Rinascimento.

[2] È lo stesso autore, forse un po’ troppo propenso al ‘sentimentalismo’, che Giosuè Carducci stroncò criticamente, definendolo “Edmondo delle lacrime”, etichetta che, in parte, gli permane ancora incollata, laddove il libro “Cuore” è un piccolo capolavoro della nostra letteratura, che descrive una pedagogia che ha modellato un’epoca, fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, almeno.

[3] Paul Claudel nacque a Villeneuve-sur-Fère-en-Tardenoise, Aisne, nel 1868 e morì a Parigi nel 1955.

[4] Eccone una traduzione, forse meno poetica di quella che, probabilmente, ci risuona nelle orecchie, ma certamente condotta con perfetto rigore esegetico e filologico, in una versione tuttavia più vicina al nostro linguaggio quotidiano: “Allora Maria disse: ‘Grande è il Signore: lo voglio lodare. Dio è il mio salvatore: sono piena di gioia. Ha guardato a me, alla sua povera serva: tutti, d’ora in poi, mi diranno beata. Dio è potente: ha fatto in me grandi cose, santo è il suo nome. La sua misericordia resta per sempre con tutti quelli che lo servono. Ha dato prova della sua potenza, ha distrutto i superbi e i loro progetti. Ha rovesciato dal trono i potenti, ha rialzato da terra gli oppressi. Ha colmato i poveri di beni, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Fedele nella sua misericordia, ha risollevato il suo popolo, Israele. Così aveva promesso ai nostri padri: a favore di Abramo e dei suoi discendenti per sempre”. Questo Magnificat è ripreso da “La Bibbia. Nuova versione interconfessionale in lingua corrente”, Edizione Elledici, ABU e Il Capitello, Torino 2014. Il brano è ripreso dal Vangelo secondo San Luca, capitolo 2°, versetti 46-55. 

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