L’apporto dato dai maranesi (e dai calvizzanesi) all’eroica Rivoluzione partenopea del 1799: il capo indiscusso fu Ignazio Dentice
Dal libro dello storico Peppe Barleri, buonanima, “Tra dominazioni e rivolte: da Masaniello alla Repubblica Partenopea”
Rei di Stato Maranesi
Dopo anni di ricerche, finalmente comincia a delinearsi l’apporto dato dai maranesi all’eroica Rivoluzione partenopea del 1799. Quella, per intenderci, che vide tra i massimi rappresentanti (e vittime allo stesso tempo, perché alla fine furono quasi tutti impiccati per ordine del re o messi a marcire in carcere) il fiore della nobiltà partenopea. La storia della rivolta è troppo nota per essere ripetuta. Ma mai nessuno, fino a oggi, ha fatto sapere che anche Marano pagò severamente per aver creduto negli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza che stavano alla base di quella rivolta. Una rivolta repressa di lì a poco dalla superstizione del popolino e dalla spada di una Chiesa ancora tanto lontana dai bisogni della gente, quanto becera e sanguinaria.
Il Parroco, all’epoca era Don Pascale Caranante Coscia anche Vicario Foraneo, che tenne la Parrocchia dal 1770 al 22 dicembre 1801, giorno della sua dipartita. I patrioti maranesi appartenevano alla piccola borghesia imprenditoriale, o a quella delle libere professioni, erano borghesi illuminati, si radunavano ora a Palmento ossia l’Olmo (via Roma), a casa di Mattia D’Avanzo, ora nella masseria del Rev. Ignazio Dentice (Torre Dentice); infatti, già nel lontano 1797, i notai Moyo e Palumbo avevano interessi economici comuni, ora nella strada dello Speziale (C.so Vittorio Emanuele) in casa del notaio Matteo Palumbo, ora alle Capozzelle in casa del Notaio Raffaele fratello del precedente e cognato del Notaio Gennaro Moyo, avendone sposato la sorella Maria. Gli altri rivoltosi più ragguardevoli erano il possidente Nicola di Criscio, abitante a lo Giardino (Casacriscio), l’avvocato Vincenzo Davino, era il più giovane di tutti, il Possidente Pietro Moyo, abitante al Truglio (C.so Umberto), il medico Salvatore Poerio, parente del più famoso Carlo, anche lui abitante alla strada dello Speziale. Il capo indiscusso era il Rev. D. Ignazio Dentice, il di cui antenato, donò il suolo per l’erezione del Convento Francescano a Marano nel 1609.
E che si radunassero molto spesso alla masseria “Capozzelle”, già molti anni prima della rivolta napoletana - scrisse Barleri in uno dei numerosi articoli che inviava al giornale "L'attesa" - lo ricaviamo dal diario autografo del reverendo Pasquale Giglio di Calvizzano. Molti di essi furono catturati e andarono a finire in carcere, ma nessuno fu messo a morte, anche se più di uno ci andò molto vicino.