Il barbiere non è un insulto: storia di un mestiere che ascolta, pensa e unisce le persone. Riflessioni notturne

 

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C’è un’abitudine non tanto bella e molto superficiale che spesso riaffiora nelle discussioni: usare la parola “barbiere” come se fosse un’offesa, quasi a voler indicare una persona rozza, ignorante o di poco valore. Invece, è un pregiudizio atavico, ingiusto e molto lontano dalla realtà. Chi ha frequentato una barberia (termine più moderno: molti anni fa veniva definito salone) sa bene che il barbiere non è soltanto qualcuno che taglia capelli o regola barbe. È spesso un osservatore della società, un uomo di relazioni, cultura pratica e intelligenza umana. Le barberie sono luoghi di relazioni dove si parla di politica, di musica, di filosofia, di sport e vita quotidiana con una libertà e una profondità che molti salotti “colti” non hanno mai conosciuto. Personalmente conosco persone che fanno questo mestiere da sessant’anni e che rappresentano un esempio raro di educazione, ironia, sensibilità e dignità. Uomini capaci di stare con gli amici e con le famiglie, di creare convivialità, di ascoltare senza giudicare. Persone squisite, altro che caricature. Quando abitavo a Piscinola, il mio barbiere era uno di quei personaggi che oggi sembrano quasi scomparsi: potevi entrare per una barba e ritrovarti a discutere di Mozart, di politica internazionale o di calcio con competenza sorprendente. La sua barberia diventava una piccola piazza culturale, un luogo popolare ma mai banale. E ancora oggi incontro professionisti straordinari. Il mio barbiere di Calvizzano, per esempio, è un vero artista: quando taglia i capelli sembra quasi che stia dipingendo. Ogni gesto è preciso, armonioso, studiato con passione e talento. Non lavora in fretta, lavora bene. E infatti, se vuoi riuscire a tagliarti i capelli da lui, devi prenotarti con largo anticipo. Questo succede quando la professionalità incontra il talento autentico: la gente aspetta, perché sa di affidarsi a qualcuno che ama davvero il proprio mestiere. E lo stesso vale per tanti parrucchieri e artigiani che incontriamo ogni giorno: uomini e donne colti, intelligenti, curiosi, spesso più preparati e umani di chi si sente “superiore” solo perché usa parole difficili o porta una cravatta. Il problema nasce quando si giudica il valore delle persone dal mestiere che fanno invece che dalla loro umanità. Ma la storia italiana è piena di grandi artigiani, figure popolari dotate di talento, cultura personale e capacità relazionali immense. Usare “barbiere”, probabilmente come insulto, non offende il mestiere: rivela soltanto il pregiudizio di chi parla. Perché il lavoro non rende piccoli gli uomini. Le barberie, quelle vere, hanno insegnato per generazioni l’arte dell’ascolto, della conversazione e perfino della convivenza civile. E, in un’epoca in cui molti parlano senza ascoltare nessuno, forse avremmo bisogno di più barbieri e meno presuntuosi. Dimenticavo: uno dei miei migliori amici fa il barbiere da circa sessant’anni, da quando aveva i calzoni corti. Usciamo spesso di sabato, e ci divertiamo tanto. E’ una persona squisita sotto l’aspetto umano e sociale: mai una critica nei confronti di noi amici. Fa battute gradevoli, mai volgari e ha pure una bella voce: somiglia a quella di Massimo Ranieri. D’estate ha partecipato a diverse manifestazioni canore, corride, e intrattenimenti di piazza, quando non vince, si piazza sempre nei primi posti. Questa, naturalmente, è soltanto una semplice riflessione personale, nata dall’esperienza diretta e dal rispetto verso persone che, attraverso il loro lavoro e la loro umanità, meritano considerazione e stima.

Mi.Ro.

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