“Dopo quattro anni di governo, cambiare le regole non basta a cambiare i risultati”

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

“Il secondo governo più longevo della Repubblica, nato da una maggioranza ideologicamente omogenea, ora scopre che serve cambiare la legge elettorale per dare stabilità al Paese. Stabilità o tentativo di limitare la sconfitta del centrodestra dopo 4 anni di immobilismo?” . È da questa domanda, circolata nelle ultime ore sui social, che emerge una contraddizione politica sempre più evidente. Dopo quasi quattro anni di legislatura, con una maggioranza coesa, numericamente solida e priva delle eterogeneità che avevano caratterizzato molti governi precedenti, il centrodestra torna a indicare nella legge elettorale la causa principale dell’instabilità italiana. Eppure i numeri raccontano altro. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è già oggi uno dei più longevi dell’Italia repubblicana, sostenuto da partiti che condividono la stessa collocazione politica e che hanno governato senza crisi parlamentari strutturali o maggioranze variabili. È qui che la narrazione si incrina. Per anni il centrodestra ha sostenuto che il problema italiano fosse l’assenza di governi politicamente omogenei. Oggi quella omogeneità esiste. Certo, il contesto internazionale resta instabile, tra la guerra in Ucraina e le tensioni geopolitiche che attraversano snodi strategici come Hormuz, ma anche i governi precedenti hanno affrontato emergenze eccezionali come la pandemia e la fase iniziale del conflitto russo-ucraino. Con una differenza sostanziale: l’attuale esecutivo ha avuto più tempo per gestire gli oltre 200 miliardi legati al PNRR e agli strumenti europei post Covid, senza però riuscire a invertire alcuni indicatori fondamentali. La produzione industriale continua a mostrare fragilità, la crescita economica resta modesta rispetto alle necessità strutturali del Paese e soprattutto non si è colmato il divario salariale aggravato dall’inflazione esplosa nel periodo pandemico. Il risultato è che milioni di lavoratori italiani hanno visto ridursi il proprio potere d’acquisto nonostante la stabilità politica promessa come condizione sufficiente per rilanciare il sistema. Il punto politico, probabilmente, è un altro. Ogni volta che una maggioranza percepisce l’usura del consenso, la tentazione è spostare il dibattito dalle politiche concrete alle regole del gioco. La riforma elettorale diventa così non uno strumento per rafforzare la rappresentanza o migliorare la governabilità, ma una forma preventiva di gestione della futura sconfitta. Si costruisce l’idea che eventuali difficoltà elettorali non derivino dai risultati prodotti, bensì da un sistema da correggere. È una dinamica antica della politica italiana: trasformare le regole istituzionali in una compensazione delle debolezze politiche. Ma una democrazia matura dovrebbe partire da un principio opposto. Se un governo stabile, omogeneo e duraturo non riesce a imprimere un cambio di passo al Paese, il problema non è la legge elettorale. È la qualità della proposta politica, la capacità amministrativa, la visione economica e sociale. Continuare a evocare riforme del sistema di voto come soluzione universale rischia di essere soprattutto un modo per non affrontare il bilancio reale di questi anni di governo.

Giuseppe Cerullo

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