Il 25 aprile non è una ricorrenza tra le altre, né una
celebrazione confinata alla memoria di parte. È il momento in cui una comunità
nazionale si riconosce nell’origine della propria libertà, nella rottura
storica che ha reso possibile la democrazia. E proprio per questo,
paradossalmente, include anche chi sceglie di non celebrarlo. La libertà,
infatti, non si misura nell’adesione, ma nella possibilità del dissenso. Il
diritto di ignorare, criticare o perfino rifiutare questa giornata non è un
argomento contro il suo significato, ma la prova più evidente della sua
eredità. Prima della Liberazione, quella stessa scelta non sarebbe stata neutra
né priva di conseguenze. Oggi lo è, ed è questo il punto essenziale. Ridurre il
25 aprile a una contesa identitaria significa smarrirne il valore più profondo,
che non è quello di imporre una memoria, ma di custodire una condizione. La
democrazia non chiede uniformità, ma consapevolezza. E la consapevolezza, in
questo caso, consiste nel riconoscere che anche la distanza, l’indifferenza o
la critica trovano spazio solo dentro l’orizzonte aperto da quella sconfitta
storica del nazifascismo. È in questa tensione, tra memoria e libertà, che la
ricorrenza mantiene intatta la propria forza. Non come rituale, ma come
fondamento.
Giuseppe Cerullo
