A grande richiesta, un parere spassionato sulla politica di Calvizzano. Perché la sfiducia a Pirozzi non è un dramma e perché c’è altro che dovrebbe preoccupare
Il 6 febbraio scorso si è conclusa la consiliatura di
Pirozzi con una sfiducia votata dalla maggioranza dei consiglieri.
Non è mia abitudine parlare di politica su questo
blog: le mie idee restano personali e non ho mai voluto usare uno spazio
pubblico per rilanciarle. Tuttavia, su richiesta del direttore Mimmo Rosiello,
provo eccezionalmente a condividere qualche riflessione sul clima politico che
si respira oggi.
Metto subito le mani avanti: non troverete né elogi né attacchi personali. Non difenderò né accuserò nessuno.
Nelle ultime settimane, soprattutto sui social, ormai
vere e proprie piazze virtuali, ho visto molta emotività attorno alla fine
della consiliatura. È comprensibile: quando un sindaco viene sfiduciato,
l’opinione pubblica si divide. C’è chi ha espresso una fedeltà accorata verso
Pirozzi, arrivando a proporne il ritorno “a furor di popolo”, e chi ha
contestato duramente lo scioglimento.
Ma la sfiducia è uno strumento legittimo
dell’ordinamento democratico. È un atto politico che interviene quando viene
meno la maggioranza in Consiglio comunale. Non è un colpo di mano: è, per certi
versi, un “divorzio” politico. Se la sinergia si rompe, la legge prevede che
l’esperienza si chiuda.
Chiedere di rieleggere un sindaco solo perché è stato
sfiduciato non basta. Anche perché quella maggioranza, nei fatti, era fragile
sin dall’inizio. Nel 2021 una crisi portò alcuni membri di Reset (oggi Insieme
per Calvizzano) a uscire dalla maggioranza, mentre vi entrarono, “per senso di
responsabilità”, le liste elette in opposizione. Si creò così una maggioranza
amplissima, quasi monopartitica, ma senza un vero programma comune
formalizzato. Il fatidico “programma condiviso”.
Senza un documento che definisse obiettivi e priorità
condivise, l’unico programma perseguito è rimasto quello del sindaco. La
coesione si è basata più su equilibri politici che su una visione strutturata.
Emblematico il sistema degli assessorati a rotazione, utile a garantire
rappresentanza ma insufficiente a dare solidità politica nel lungo periodo.
In questo quadro, distinguere nettamente tra
“sfiduciato” e “sfiducianti” è difficile: molti hanno governato insieme fino a
poco prima della rottura. Sono stati alleati, si sono sostenuti, e oggi si
contrappongono. Ridurre tutto a uno scontro tra buoni e cattivi è
semplicistico.
Resta la domanda sul perché la crisi sia arrivata a quattro mesi dalla fine naturale della consiliatura. Le ipotesi si rincorrono,
anche alla luce delle dichiarazioni dello stesso Pirozzi su presunte divergenze
relative a una gara. Ma, al di là dei sospetti e del chiacchiericcio, è
difficile individuare un reale tornaconto strategico in una sfiducia così
tardiva, che espone chi l’ha firmata a un’assunzione di responsabilità non
semplice davanti agli elettori.
C’è poi il tema del commissariamento prefettizio. In
generale, un commissario garantisce legalità e ordinaria amministrazione, ma
limita l’azione politica. In questo caso, però, la brevità del periodo, appena quattro
mesi, rende l’impatto amministrativo piuttosto contenuto: si tratta di una fase
di transizione, senza margini per stravolgimenti.
Le prime lamentele sui disservizi aprono però una questione più profonda: perché l’efficienza della macchina comunale dovrebbe dipendere dalla presenza o meno di un referente politico in una determinata zona? La rappresentanza è importante, ma la manutenzione e i servizi dovrebbero essere garantiti a prescindere. Se l’ordinario diventa straordinario solo grazie all’intervento del politico di turno, il problema non è il commissariamento, ma il funzionamento della struttura amministrativa.
Al netto delle emozioni, oggi tutti i protagonisti
partono dallo stesso punto. L’unica differenza è comunicativa: il sindaco
sfiduciato appare come “vittima”, gli sfiducianti come “responsabili” della
caduta. Ma questa narrazione durerà fino alla campagna elettorale; poi
conteranno programmi, credibilità e coerenza.
La riflessione più amara, però, è un’altra. A
Calvizzano si discute, da quarant’anni, più o meno degli stessi nomi. Non si
deve votare il “nuovo” solo perché è nuovo; ma è lecito chiedersi perché il
ricambio generazionale sia stato così limitato. Dopo la fine della Prima
Repubblica e la chiusura dei circoli dei partiti storici, il rinnovamento è
stato scarso e spesso legato a dinamiche familiari, consolidando nel tempo gli
stessi equilibri di potere.
In un comune piccolo, dove il sistema elettorale
premia più la rappresentanza territoriale che le idee politiche, la strategia
finisce per prevalere sulla progettualità. E così il dibattito si concentra
sulle persone più che sui programmi.
L’auspicio è semplice: che non si elogi o si condanni
qualcuno per il ruolo di “sfiduciato” o “sfiduciante”, ma per ciò che ha fatto
e per ciò che propone. Che si scelga chi ha una visione, una squadra credibile,
un programma concreto. E magari anche competenza.
Perché il vero tema non è la fine della consiliatura
Pirozzi. Il vero tema è se Calvizzano voglia finalmente guardare avanti.
Gianpaolo Cacciapuoti