Punto di vista. Il caso Roggero e il patto tra Stato e cittadini

Di Giuseppe Cerullo

La sentenza della Cassazione sul caso Roggero segna la conclusione definitiva di una vicenda giudiziaria con una condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione. Sul piano del dibattito pubblico, tuttavia, sembra aprirsi una riflessione più ampia sul rapporto tra cittadini, sicurezza e Stato di diritto. Si potrebbe sostenere che uno Stato attraversi una forma di crisi non soltanto quando affronta difficoltà economiche, ma anche quando una parte dei cittadini percepisce una crescente distanza tra i doveri che è chiamata a rispettare e i diritti che si aspetta di vedere garantiti.

Il patto è antico quanto la civiltà moderna. L’individuo rinuncia a esercitare la forza privata, riconosce allo Stato il monopolio della forza legittima, accetta il prelievo fiscale e si sottopone alla legge. In cambio si aspetta sicurezza, giustizia e tutela. È uno scambio che costituisce il fondamento dello Stato di diritto, e quando molti cittadini avvertono che questo equilibrio si indebolisce, inevitabilmente cresce la sfiducia nelle istituzioni.

È un fenomeno che si manifesta senza dichiarazioni solenni. Nessun governo afferma che il diritto alla salute debba dipendere dalle possibilità economiche del paziente. Tuttavia, in molti casi, le liste d’attesa possono diventare così lunghe da indurre alcune persone a rivolgersi alla sanità privata. Allo stesso modo, nessuno sostiene formalmente che la sicurezza pubblica non sia più garantita; eppure una parte dell’opinione pubblica può maturare questa percezione attraverso l’esperienza quotidiana.

È in questo spazio, tra le aspettative dei cittadini e la realtà percepita, che molti hanno collocato il caso Roggero.

Per anni una parte della politica ha insistito sul messaggio secondo cui la difesa sarebbe stata “sempre legittima”. Una formula semplice, efficace sul piano comunicativo, ma che non coincide con la disciplina giuridica. Nell’ordinamento italiano la legittima difesa continua infatti a essere regolata dai principi della necessità e della proporzione, cardini che nessuna riforma ha eliminato e che restano parte integrante dello Stato di diritto.

Qui emerge la contraddizione che il caso ha riportato al centro del dibattito.

Se il messaggio politico induce il cittadino a ritenere di dover contare soprattutto sulla propria autodifesa, si alimenta inevitabilmente l’idea di una minore capacità dello Stato di garantire sicurezza. Ma quando quella convinzione si traduce in un fatto concreto, è lo stesso Stato a riaffermare con fermezza che il monopolio dell’uso legittimo della forza non è mai venuto meno.

Roggero appare così non solo come la vittima della rapina subita nel proprio negozio, ma anche come il protagonista di un caso che ha evidenziato il possibile divario tra comunicazione politica e diritto positivo. La sentenza della Cassazione ha ricordato che tra uno slogan e una norma continua a esistere una distanza che nessuna campagna elettorale può colmare.

Anche il dibattito sviluppatosi dopo la condanna presenta un elemento significativo. Alla richiesta di norme più severe si è progressivamente affiancata quella di una grazia. Il cittadino che era stato assunto a simbolo dell’autodifesa viene così affidato all’eventuale esercizio di un potere di clemenza del Presidente della Repubblica. È un passaggio che merita una riflessione, perché mostra come, nel confronto pubblico, il tema della certezza del diritto possa lasciare spazio all’attesa di un’eccezione prevista dall’ordinamento.

Vi è poi un ulteriore aspetto. Il nostro sistema giuridico attribuisce rilievo al ravvedimento, alla consapevolezza dell’errore e al comportamento successivo dell’imputato, sia nella determinazione della pena sia nell’eventuale valutazione di misure di clemenza. Il dibattito politico e mediatico, invece, tende spesso a richiedere coerenza assoluta con il ruolo simbolico attribuito al protagonista della vicenda. È difficile non cogliere anche qui una distanza tra il tempo della politica, costruito sui simboli, e quello del diritto, che continua a giudicare persone concrete.

Forse è questa la riflessione più significativa che il caso lascia in eredità. Il fatto che uno Stato non riesca a impedire ogni reato non significa, di per sé, che abbia fallito nella propria funzione. La questione si pone quando una parte dei cittadini percepisce una distanza tra i messaggi trasmessi sul piano politico e le conseguenze giuridiche che emergono nei casi concreti.

Alla fine resta l’immagine di un uomo che ha affrontato una rapina, un lungo processo e una condanna definitiva. Al di là delle diverse opinioni sulla vicenda, il caso Roggero continua a interrogare il rapporto tra sicurezza, responsabilità individuale e ruolo dello Stato. Ed è probabilmente su questo terreno, più che sulle contrapposizioni ideologiche, che il dibattito pubblico dovrebbe continuare a confrontarsi.

Giuseppe Cerullo

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