Introduzione all’articolo del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Viviamo in un tempo in cui il bisogno di schierarsi è
spesso più forte del desiderio di capire. La velocità del dibattito pubblico
premia le sentenze, non le domande; le appartenenze, non la complessità. Eppure
la maturità morale di una società si misura proprio dalla sua capacità di
distinguere senza semplificare, di giudicare i fatti senza rinunciare a
comprendere le persone. La grande letteratura ci ricorda che il vero pericolo
non è soltanto il male, ma anche l’illusione che esso possa essere riconosciuto
attraverso categorie rigide e definitive. Tra la rigidità di Javert e lo
sguardo umano di Alëša si gioca ancora oggi una scelta decisiva: preferire la
sicurezza delle etichette o il coraggio della comprensione. È una scelta che
riguarda la giustizia, la politica e, prima ancora, il modo in cui decidiamo di
guardare gli altri e noi stessi.
L’articolo
La tentazione di ridurre la realtà a un manicheismo
rassicurante, dove il bene e il male occupano territori perfettamente
delimitati, rappresenta una delle illusioni più antiche della politica e della
giustizia. È una tentazione comprensibile: classificare è più semplice che
comprendere. Le categorie offrono sicurezza; le sfumature impongono fatica. Per
questo, nelle epoche dominate dalla polarizzazione, il giudizio finisce quasi
sempre per sostituire la conoscenza. La letteratura dell'Ottocento ha intuito
questo meccanismo con una lucidità che la cronaca continua ostinatamente a
confermare. Victor Hugo affida all'ispettore Javert uno dei personaggi
più tragici della modernità. Javert non è un uomo corrotto, né un malvagio. È,
al contrario, un servitore integerrimo della legge. Il suo errore consiste nel
confondere la legge con la verità e l'ordine con la giustizia. Per lui un uomo
è soltanto il proprio passato; una volta definito, non può più cambiare.
L'universo morale diventa così una geometria perfetta nella quale ogni
eccezione costituisce una minaccia. Quando Jean Valjean gli salva la vita,
Javert non trova dentro di sé gli strumenti per interpretare ciò che ha davanti
agli occhi. Un galeotto non può comportarsi da uomo giusto. La realtà infrange
il sistema logico sul quale aveva edificato l'intera esistenza. E poiché
preferisce sacrificare se stesso piuttosto che mettere in discussione le
proprie certezze, sceglie il suicidio. Non è la bontà di Valjean a
distruggerlo; è l'impossibilità di accettare che la realtà sia più complessa
delle sue categorie. Dostoevskij percorre la strada opposta. Alëša Karamazov
non ignora il male, né lo minimizza. Vive immerso nella violenza, nell'egoismo,
nella menzogna. Eppure rifiuta l'idea che un uomo possa essere interamente
riassunto dal suo errore. Il suo sguardo non assolve, ma comprende; non
giustifica, ma distingue. Sa che nella stessa persona possono convivere miseria
e nobiltà, egoismo e sacrificio, caduta e possibilità di riscatto. Tra Javert e
Alëša non si confrontano soltanto due personaggi; si confrontano due modi di
guardare il mondo. Il primo pretende che la realtà si conformi alle proprie
convinzioni. Il secondo modifica continuamente le proprie convinzioni per
restare fedele alla realtà. È una distinzione che supera la letteratura e
investe il dibattito pubblico contemporaneo. Ogni volta che un confronto smette
di interrogare le idee e comincia a classificare le persone, il metodo di
Javert prevale su quello di Alëša. Le etichette sostituiscono gli argomenti; la
biografia prende il posto dei fatti; il sospetto diventa più importante della
prova. A quel punto non si cerca più la verità, ma la conferma delle proprie
convinzioni.
Giuseppe Cerullo

