E se la salvezza di Marano fosse la fusione con il comune di Napoli (epilogo)? Il vero tema è il coraggio di immaginare il futuro
Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Forse il risultato più importante di questa
riflessione non riguarda affatto la fusione tra Marano e Napoli. Quella era
un'iperbole, un esperimento mentale, un modo per spingere una domanda fino alle
sue estreme conseguenze. Perché soltanto quando si arriva a formulare
un'ipotesi che appare persino paradossale si comprende quanto profondo sia il
disagio che l'ha generata. Nessuna comunità mette in discussione i propri
confini amministrativi se percepisce di avere risposte adeguate ai bisogni
quotidiani dei suoi cittadini. Lo fa quando avverte che qualcosa, nel rapporto
tra istituzioni e territorio, si è progressivamente incrinato. Il punto,
dunque, non è stabilire se la fusione rappresenti la soluzione migliore, una
soluzione sbagliata o una soluzione impossibile. Il punto è chiedersi perché
una provocazione del genere possa apparire, agli occhi di qualcuno, persino
degna di essere presa in considerazione. La risposta è semplice e insieme
scomoda: perché una città che fatica a garantire continuità amministrativa,
infrastrutture moderne, collegamenti efficienti e opportunità per i propri
giovani finisce inevitabilmente per interrogarsi su qualsiasi strada possa
interrompere questa lunga stagione di immobilità. È da qui che dovrebbe
iniziare la prossima campagna elettorale. Non dalla difesa rituale delle
appartenenze, né dalla ricerca dell'ennesimo salvatore, ma dal confronto tra
differenti idee di città. Una democrazia non si impoverisce quando emergono
proposte radicali; si impoverisce quando diventa incapace di discuterle. Ogni
visione dovrebbe poter essere esposta, criticata, migliorata o respinta senza
che il dissenso venga trasformato in una colpa e senza che il confronto
degeneri nella delegittimazione personale. Le comunità crescono quando
competono le idee; cominciano a decadere quando competono soltanto gli uomini.
Marano non ha bisogno di una campagna elettorale costruita sull'illusione che
esista una sola strada possibile. Ha bisogno del contrario. Ha bisogno che
qualcuno immagini una città diversa da quella immaginata da un altro. Che ci
sia chi punti sulla rigenerazione urbana e chi sulle infrastrutture, chi sul
rilancio culturale e chi sulla sicurezza, chi sull'integrazione metropolitana e
chi su un rafforzamento dell'autonomia comunale. Tutte posizioni legittime,
purché siano sostenute da una visione coerente e da un confronto leale. La
ricchezza di una comunità non consiste nell'uniformità del pensiero, ma nella
capacità di mettere a confronto prospettive differenti senza trasformare ogni
divergenza in una guerra di appartenenza. In fondo, una città assomiglia molto
a una persona. Finché ritiene di possedere già tutte le risposte, smette di
imparare. È il dubbio, non la certezza, che costringe a cercare strade nuove.
Per questo la politica dovrebbe avere il coraggio di sostituire i dogmi con le
domande, le tifoserie con gli argomenti, le etichette con le idee. Le elezioni
non dovrebbero servire a consacrare una verità, ma a scegliere, tra più visioni
plausibili, quella che una comunità ritiene migliore per il proprio futuro. Se
questa serie di riflessioni avrà lasciato qualcosa, mi auguro che non sia
l'adesione a una particolare proposta, ma la convinzione che nessuna idea debba
essere considerata irricevibile solo perché rompe l'abitudine. La conoscenza,
convinta in modo assoluto della propria infallibilità, si trasforma in fede.
Una comunità, invece, cresce soltanto quando conserva il coraggio della libera
ricerca. Perché il futuro di Marano non dipenderà dalla forza con cui difenderà
le proprie certezze, ma dalla serenità con cui saprà metterle in discussione.
Giuseppe Cerullo
