E se la salvezza di Marano fosse la fusione con il comune di Napoli? (capitolo 2). Il rischio non è perdere autonomia, ma smarrire il pluralismo
Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
L’interrogativo resta aperto, e forse è proprio questo il suo valore, perché le domande davvero importanti non chiedono una risposta immediata, ma costringono una comunità a interrogare se stessa. Nel precedente ragionamento, la fusione con la vicina metropoli era stata proposta come una provocazione utile a misurare i limiti dell’attuale modello amministrativo, ma ogni provocazione, se vuole essere onesta, deve guardare anche al rischio opposto. C’è infatti chi teme che l’ingresso in una realtà metropolitana di quasi un milione di abitanti possa comprimere gli spazi decisionali di un territorio che conta quasi sessantamila residenti, un’obiezione seria poiché ogni accentramento porta con sé il pericolo che le decisioni vengano prese lontano dai luoghi in cui producono i loro effetti. Eppure, prima ancora di domandarsi dove risieda il centro geografico del potere, bisognerebbe chiedersi come quel potere venga concretamente esercitato. Negli ultimi dieci anni la città ha conosciuto una lunga successione di gestioni commissariali che ha inevitabilmente affidato le scelte a figure estranee al confronto politico locale, e sarebbe singolare se, dopo aver considerato questa condizione un’anomalia, si finisse per immaginare che la soluzione possa consistere nell’affidare il destino della comunità a un diverso accentramento, questa volta costruito attorno alla forza di una sola personalità. Le recenti e clamorose frizioni della geopolitica globale, culminate nella provocazione virtuale del presidente statunitense che ha attaccato la leadership italiana evocando la necessità di un ordine restrittivo, offrono una perfetta chiave di lettura per comprendere le derive del potere personale e accentratore. La storia amministrativa insegna infatti che il leaderismo non nasce quasi mai come un problema, ma come una promessa di efficienza; solo in seguito emerge il rischio latente che ogni dissenso venga interpretato come un ostacolo, ogni mediazione come una debolezza e ogni legittima autonomia come una forma di slealtà da punire mettendo al muro i propri stessi alleati, costretti a comportarsi da sudditi per non essere trasformati in capri espiatori al primo intoppo. Non è una dinamica che appartiene a una specifica parte politica, ma attraversa esperienze molto diverse tra loro e si ripresenta ogni volta che il consenso personale e l'autocompiacimento tendono a prevalere sul corretto funzionamento delle istituzioni. Per questo la discussione sulla fusione con Napoli non dovrebbe essere letta come una scelta tra due forme di potere, quanto come una riflessione profonda sul modo in cui una comunità intende distribuire il potere al proprio interno. Il punto non è stabilire se sia preferibile una decisione assunta a Palazzo San Giacomo o nel municipio di Marano, ma chiedersi quale modello garantisca reali spazi di confronto dal vivo, di controllo reciproco e di continuità amministrativa. Una democrazia locale non si misura soltanto dalla possibilità di eleggere chi governa, ma si misura anche dalla capacità delle istituzioni di resistere alla tentazione dell’uomo solo al comando, qualunque volto abbia e qualunque bandiera scelga di sventolare per mascherare un vuoto di presenza sul territorio. Se la prima domanda riguardava i confini amministrativi della città, questa seconda riflessione interroga qualcosa di ancora più essenziale, ossia i confini del potere, perché cambiare la geografia di un territorio può essere difficile, ma cambiare la cultura delle istituzioni lo è molto di più. Per comprendere a fondo le radici del parallelismo utilizzato nell'articolo, si può fare riferimento alla cronaca internazionale in cui lo scontro politico tra Trump e Meloni dopo il G7 evidenzia proprio le tensioni istituzionali generate da stili di leadership fortemente accentratori e personalistici.
Giuseppe
Cerullo
