E se la salvezza di Marano fosse la fusione con il comune di Napoli? (capitolo 3)

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

Ci sono città che sulla carta geografica sono vicine e che nella vita quotidiana sembrano appartenere a mondi diversi. Basta osservare una mappa per capire che Marano e Napoli sono territori confinanti; basta provare a raggiungere un’università, una stazione ferroviaria, un luogo di cultura o un’opportunità di lavoro per scoprire che la distanza reale non si misura in chilometri. Un tempo le città si misuravano dalle mura che le proteggevano, oggi forse si misurano dalle strade che consentono ai cittadini di oltrepassarle. È questa, forse, la questione più profonda che dovrebbe emergere nel dibattito sulla possibile integrazione di Marano nella grande area urbana napoletana. Prima ancora di essere una questione amministrativa, è una domanda sul significato stesso di comunità: se una città non debba essere soltanto il luogo in cui si abita, ma anche lo spazio nel quale diventa possibile costruire il proprio futuro. Nel mondo contemporaneo una comunità non vive soltanto dei propri confini, ma della capacità di creare relazioni con ciò che la circonda. La mobilità non è più semplicemente un servizio tecnico, né un mezzo per agevolare il turismo o alleggerire il traffico: è una delle condizioni attraverso cui si esercita la cittadinanza. Per un giovane, un collegamento efficiente non rappresenta soltanto una comodità; significa poter frequentare un’università senza trasformare ogni spostamento in una difficoltà quotidiana, raggiungere luoghi di formazione e cultura, cercare opportunità professionali, entrare in contatto con una dimensione più ampia rispetto a quella del proprio quartiere. Marano vive oggi un paradosso geografico evidente perché, pur essendo completamente confinante con Napoli, resta separata dalla sua area metropolitana da una rete di collegamenti insufficiente. L’assenza di trasporto su ferro e la dipendenza quasi esclusiva dal trasporto su gomma, in una viabilità spesso congestionata e inadeguata, hanno trasformato una vicinanza fisica in una distanza concreta. Nel frattempo Napoli, con tutte le sue contraddizioni, le sue ferite e le sue periferie ancora segnate da difficoltà profonde, continua comunque a trasformarsi. L’apertura del polo universitario di medicina a Scampia, la rigenerazione dell’area di Bagnoli legata alle prospettive dell’America’s Cup e l’estensione della rete metropolitana verso quartieri storicamente periferici raccontano una città che, pur tra mille problemi, conserva una capacità di progettazione. Questo non significa raccontare una Napoli priva di difetti, il che sarebbe una rappresentazione tanto semplice quanto falsa visto che molte periferie partenopee continuano a convivere con condizioni sociali ed economiche difficili, ma esiste una differenza sostanziale, dato che una grande città possiede una dimensione istituzionale che le permette di continuare a immaginare il futuro anche nei momenti di crisi. Può avere bilanci complessi, può attraversare stagioni di commissariamento finanziario, può conoscere ritardi e fallimenti, ma continua a muoversi, mentre il problema di Marano forse non è soltanto la scarsità delle risorse, quanto qualcosa di più profondo, ossia la lunga interruzione della capacità di programmare. Anni di emergenze amministrative hanno prodotto un effetto che va oltre il funzionamento degli uffici, indebolendo progressivamente la possibilità stessa di immaginare una trasformazione. Naturalmente ogni ragionamento che metta in discussione l’immobilità rischia di apparire, agli occhi dei suoi custodi, come una minaccia all’identità, come se aprire un confine potesse cancellare una storia o come se una nuova strada potesse cancellare una memoria. Del resto il pericolo è evidente perché un’integrazione metropolitana potrebbe provocare la scomparsa degli antichi sportellari, quegli artigiani delle ceste che per generazioni hanno rappresentato una parte della vita economica locale e che la modernità aveva già quasi consegnato al ricordo con l’arrivo della plastica. Potrebbe perfino mettere a rischio i ciliegi della Recca, i rinomati piselli locali e quelle viti celebrate dalla tradizione letteraria per la produzione del vino Maraniello, sacrificando un passato ormai più presente nella memoria che nella realtà economica quotidiana del territorio. Si tratterebbe di una prospettiva evidentemente drammatica, con il rischio di sottrarre ai giovani la rassicurante possibilità di un futuro agricolo che, per ragioni altrettanto evidenti, non rappresenta più il destino della maggioranza degli abitanti. E forse il timore non riguarda soltanto la perdita di un’identità immaginata, ma anche la fine di una consuetudine politica nella quale ogni stagione elettorale può ricominciare da capo, presentando come nuovo forme di civismo che rispondono più ad ambizioni personali che alle esigenze della comunità. Anche l’identità di una comunità, del resto, non può essere congelata nel tempo, poiché una città non perde la propria anima perché cambiano i suoi mestieri o perché alcune tradizioni appartengono ormai alla memoria: le comunità cambiano prima ancora di accorgersi di essere cambiate e difendere un’identità non significa impedire il cambiamento, altrimenti non si difende una comunità, ma si conserva una fotografia. Il vero rischio non è che Marano perda ciò che è stata, ma che, mentre continua a proteggere un’immagine del passato, non riesca più a costruire ciò che potrebbe diventare, per questo la discussione sulla possibile integrazione con Napoli non dovrebbe essere ridotta alla contrapposizione tra chi ama Marano e chi vorrebbe cancellarla. Nessuna comunità viene cancellata dall’apertura verso l’esterno, mentre spesso è proprio l’isolamento a renderla più fragile. La domanda più importante non riguarda soltanto dove debbano passare i confini amministrativi, ma se quei confini siano ancora capaci di offrire ai cittadini opportunità, servizi e prospettive, perché una città non smette di esistere quando cambia, una città smette di esistere quando smette di muoversi.

Giuseppe Cerullo

 

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