E se la salvezza di Marano fosse la fusione con il Comune di Napoli?

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

Ci sono domande che, fino a un certo momento, sembrano provocazioni. Poi la storia insiste nel riproporle e finiscono per assumere l'aspetto delle ipotesi da verificare. Marano è una di quelle città in cui la normalità amministrativa è diventata l'eccezione. Negli ultimi dieci anni ha conosciuto più mesi di gestione commissariale che di governo affidato ad amministrazioni elette. Non è un dettaglio statistico: è il segno di una democrazia che fatica a trasformare il consenso in continuità. Ogni stagione politica è arrivata accompagnata dalla promessa di rappresentare una discontinuità. È accaduto con coalizioni tradizionali, con esperienze civiche, con progetti dichiaratamente innovativi. Cambiavano i protagonisti, cambiavano le parole d'ordine, ma il percorso si interrompeva quasi sempre prima che fossero gli elettori a giudicarlo. Al voto dei cittadini è subentrato, di volta in volta, il commissario dello Stato. È una dinamica che, ormai, non appartiene a una parte politica: riguarda tutte. Nessuno può considerarsi immune dall'eventualità che il proprio progetto venga interrotto anzitempo, sostituito di imperio da una gestione tecnica. In questo quadro, continuare a discutere esclusivamente di nuovi contenitori elettorali rischia di lasciare irrisolta la questione principale. Il problema non è soltanto chi governa, ma se il sistema sia ancora nelle condizioni di consentire a un'amministrazione di arrivare fino alla naturale conclusione del proprio mandato. Da qui nasce una riflessione che può apparire radicale: e se Marano diventasse l'undicesima municipalità di Napoli? Non sarebbe un'idea priva di precedenti. La storia amministrativa italiana conosce processi di incorporazione che hanno ridisegnato il volto delle grandi città, così come Napoli ha progressivamente assorbito realtà un tempo autonome. Ogni scelta di questo tipo comporta inevitabilmente una rinuncia e un'opportunità. L'opportunità sarebbe quella di inserire Marano in una dimensione amministrativa capace di affrontare con maggiore forza problemi che da decenni superano le possibilità economiche del Comune: infrastrutture, collegamenti, pianificazione urbana, servizi di area metropolitana. Anche il peso delle relazioni personali e dei circuiti locali, che nei piccoli contesti finiscono spesso per sovrapporsi alle istituzioni, potrebbe risultare meno determinante dentro un'amministrazione di dimensioni molto più ampie. Ma sarebbe ingenuo ignorare il rovescio della medaglia. Entrare in una grande città significa anche correre il rischio di diventarne una periferia, di vedere affievolirsi la propria identità amministrativa e culturale, di dipendere da priorità decise altrove. Non esistono riforme prive di costi.

 

Resta però una domanda che precede tutte le altre. Quante volte una comunità può ricominciare da capo, affidandosi ogni volta alla promessa di un rinnovamento, se la conclusione del percorso viene regolarmente affidata non al giudizio degli elettori ma a una gestione straordinaria? Forse la vera questione non è scegliere tra l'autonomia e la fusione. È domandarsi se l'assetto attuale abbia ancora dimostrato di poter garantire quella continuità amministrativa senza la quale la politica, qualunque politica, finisce per essere sostituita dalla necessità. Quando una città vive troppo a lungo nell'eccezione, anche le ipotesi che sembravano impronunciabili smettono di essere provocazioni. Diventano, semplicemente, domande che meritano di essere discusse.

Giuseppe Cerullo

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