Case di Comunità: senza diagnostica e tecnologie il rischio è costruire edifici, non una nuova sanità territoriale
La riflessione del dottor Luigi Pezzella, stimatissimo e amatissimo medico ecografista di grande esperienza
Le Case di Comunità rappresentano uno degli interventi
più importanti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e
disciplinati dal DM 77/2022, che ridisegna l'organizzazione dell'assistenza
territoriale del Servizio Sanitario Nazionale. L'obiettivo è ambizioso e
condivisibile: spostare il baricentro dell'assistenza dall'ospedale al
territorio, garantire la presa in carico della cronicità, favorire
l'integrazione multiprofessionale e ridurre gli accessi impropri ai Pronto
Soccorso.
Ma una domanda è inevitabile: siamo davvero sulla
strada giusta?
Il rischio concreto è che le Case di Comunità diventino semplici contenitori edilizi, privi delle risorse umane, tecnologiche e organizzative necessarie per raggiungere gli obiettivi che la stessa normativa assegna loro. Ridurre gli accessi al Pronto Soccorso non significa semplicemente aumentare il numero degli ambulatori sul territorio. Significa mettere i professionisti nelle condizioni di formulare una diagnosi tempestiva, stratificare il rischio clinico e decidere, con strumenti adeguati, se un paziente possa essere trattato sul territorio oppure necessiti dell'ospedale. Oggi, nella maggior parte delle realtà, il medico dispone essenzialmente di visita clinica, fonendoscopio, sfigmomanometro e ricettario. È evidente che, in queste condizioni, diventa difficile assumersi la responsabilità di escludere patologie potenzialmente gravi. La conseguenza inevitabile è l'invio del paziente al Pronto Soccorso, vanificando proprio l'obiettivo della riforma.
La medicina territoriale del XXI secolo non può essere esercitata con strumenti del secolo scorso. Il DM 77 parla di integrazione professionale, presa in carico, prossimità e continuità assistenziale, ma questi principi devono tradursi in capacità operativa. Una Casa di Comunità moderna dovrebbe essere dotata almeno di: elettrocardiografo con tele-refertazione specialistica; ecografia clinica POCUS per la valutazione rapida delle principali condizioni acute; spirometria per la diagnosi e il monitoraggio delle patologie respiratorie; diagnostica Point-of-Care (POCT) con determinazione immediata di glicemia, troponina, PCR, D-dimero, emoglobina, creatinina e altri parametri essenziali; telemedicina integrata con gli ospedali e gli specialisti; infermieri di famiglia e di comunità pienamente operativi; presenza strutturata di specialisti ambulatoriali, fisioterapisti, psicologi e assistenti sociali. Solo disponendo di queste risorse è possibile effettuare una reale medicina d'iniziativa e una presa in carico efficace.
L'esempio delle Farmacie dei Servizi dimostra che quando si investe in tecnologia e organizzazione si ottengono risultati concreti. In molte realtà le farmacie effettuano vaccinazioni, screening cardiovascolari, elettrocardiogrammi, holter cardiaci e pressori, telemedicina e numerosi servizi diagnostici. È paradossale che, in alcuni contesti, una farmacia disponga di una dotazione tecnologica superiore a quella di una Casa di Comunità. Naturalmente non si tratta di mettere in competizione medici e farmacisti, né Case di Comunità e farmacie. Al contrario, la sanità territoriale funziona quando ogni professionista opera nel proprio ambito e in modo integrato. Tuttavia, è legittimo chiedersi come sia possibile affidare alle Case di Comunità il compito di decongestionare gli ospedali senza garantire loro strumenti diagnostici adeguati. La politica deve evitare di misurare il successo della riforma contando il numero delle strutture inaugurate. Gli indicatori dovrebbero essere altri: riduzione degli accessi impropri ai Pronto Soccorso, diminuzione dei ricoveri evitabili, tempi di presa in carico, soddisfazione dei cittadini, appropriatezza prescrittiva ed esiti clinici. La medicina territoriale richiede investimenti continui nelle persone, nella formazione e nelle tecnologie. Servono medici, infermieri, professionisti sanitari, ma servono anche strumenti diagnostici che consentano decisioni cliniche rapide e sicure. Una Casa di Comunità non può limitarsi a essere un luogo dove si prescrivono esami o si rilasciano impegnative. Deve diventare il primo presidio diagnostico e clinico del territorio, capace di risolvere una parte significativa dei bisogni di salute senza ricorrere all'ospedale. Solo così sarà possibile realizzare lo spirito del DM 77/2022 e del PNRR: un Servizio Sanitario Nazionale più vicino ai cittadini, più efficiente, più appropriato e realmente orientato alla salute della comunità. Diversamente, il rischio è quello di aver costruito nuove strutture senza aver cambiato davvero il modello assistenziale.
Dottor Luigi Pezzella, medico ecografista
Le Case di Comunità rappresentano uno dei pilastri della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR e dal DM 77/2022. Ma per ridurre davvero gli accessi impropri al Pronto Soccorso non bastano nuove strutture: servono professionisti, diagnostica di prossimità, telemedicina e tecnologie che consentano decisioni cliniche tempestive e sicure. In questa riflessione, il dottor Pezzella, stimatissimo e amatissimo medico ecografista di grande livello, evidenzia come il successo della riforma non debba essere misurato dal numero delle Case di Comunità inaugurate, bensì dalla loro reale capacità di offrire una presa in carico efficace, risolvere i bisogni di salute sul territorio e migliorare gli esiti per i cittadini. Condividiamo in toto la disamina del noto medico maranese.
Red
