Quando la politica amplifica il rumore dei social

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

La drammatica notizia della scomparsa nel lago di Vico di Luigi Cavallari, marito della ministra Eugenia Roccella, ha innescato l’immediata reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Attraverso un tweet dai toni durissimi, la premier ha denunciato i commenti ignobili e disumani apparsi in rete, stigmatizzando un clima avvelenato e invocando il rispetto dovuto alla sofferenza. Di fronte a una simile presa di posizione, mentre le ricerche dell’uomo sono ancora tragicamente in corso e l’esito resta incerto, l’istinto imporrebbe di fermarsi alla doverosa solidarietà. Eppure, proprio l’intervento della massima carica di governo sposta l’asse del discorso, aprendo una riflessione sul rapporto tra politica e dinamiche dei social network. Si assiste così a una mutazione del dibattito pubblico, passato dalle vecchie chiacchiere da bar alle istituzioni che commentano ciò che accade sulle piattaforme digitali.

Un tempo, la cattiveria delle opinioni esigeva il coraggio di metterci la faccia, confinando l’astio tra pochi conoscenti. Oggi, l’anonimato digitale permette a chiunque di diffondere fango su scala globale. Il vero nodo, tuttavia, risiede nella scelta della politica di scandagliare gli abissi della rete, finendo per amplificare il cinismo digitale e attribuendo visibilità a contenuti che, altrimenti, resterebbero confinati ai margini del dibattito pubblico. Rilanciare le provocazioni di utenti isolati, privi di qualsiasi peso o rilevanza sociale, significa infatti conferire loro un’eco che probabilmente non avrebbero mai avuto. La libertà di espressione online comporta un prezzo inevitabile in termini di volgarità, ma si tratta di un costo ampiamente preferibile al rischio di subordinare il diritto di parola all’arbitrio morale del potere.

Giuseppe Cerullo

 

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