Prosegue la rubrica "I Sabati di Cultura", Monumento ai Caduti: oggi 6 giugno 2026 ricorre il 92esimo anniversario. La storia a cura del prof. Luigi Trinchillo

                                                     

CALVIZZANO

CONSACRANDO

LA GLORIA IMMORTALE

DEI SUOI FIGLI MIGLIORI

PERENNEMENTE

IN QUESTA PREDA BELLICA

NE TESTIMONIA

L’EROICO ARDIRE

E

LA VIRTÙ ROMANA

Inaugurato il 6 giugno 1934 * XII

Da

S. A. R. Il Principe di Piemonte

 Il monumento celebrativo dedicato ai Caduti di tutte le guerre, in particolare, a quelli del Primo Conflitto Mondiale, si trova nella piazza storica centrale di Calvizzano, dal 6 Giugno 1934, quando fu inaugurato alla presenza delle Autorità Civili e Religiose del momento. Intervennero, infatti, Sua Altezza Reale Umberto di Savoia, futuro Re d’Italia col titolo di Umberto II; il Presidente dei Combattenti e Reduci di Napoli della Grande Guerra, Avvocato Stalj; l’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Alessio Ascalesi; il Podestà di Calvizzano Domenico Mirabelli; il Parroco della Parrocchia San Giacomo Apostolo, Don Antonio Di Sabato, oltre ad uno straordinario concorso di folla della popolazione locale, che aveva offerto un non trascurabile sacrificio di sangue e di sofferenze, anche da parte dei civili, e indicibili privazioni economiche, durante il Primo Conflitto, per la realizzazione e il completamento del grande progetto dell’Unità Nazionale Italiana.[1]

Il Monumento ai Caduti a Calvizzano rappresenta un ideale punto di convergenza della memoria storica viva e significativa della gente del luogo. Al centro di un armonioso manufatto in pietra di tufo, c’è un cannone sottratto dall’Esercito Italiano a quello austroungarico, in precipitosa fuga al di là delle Alpi, dopo la Vittoria delle nostre  truppe, guidate dal Maresciallo d’Italia Armando Diaz, nei primi giorni di Novembre del 1918. Fu il Diaz, nella sua veste di Ministro della Guerra, incarico che ricoprì, tra il 1922 ed il 1924, nel Primo Governo a guida di Benito Mussolini, che concesse uno dei cannoni abbandonati dagli sconfitti Austriaci in ritirata disordinata nelle località che erano state teatro della lunga “Guerra 1915/18”, affinché quella “preda bellica” diventasse segno e memoria del vittorioso sforzo militare sostenuto dall’Italia. Il Conte Domenico Mirabelli (imparentato con Armando Diaz[2]), che ricopriva il ruolo di Podestà e l’unanime Consiglio Comunale locale deliberarono di dare speciale rilievo allo storico reperto[3]. Occorsero alcuni anni, naturalmente, affinché si desse una nuova e più degna sistemazione all’antica Piazza principale del Paese e fosse destinato a tale preziosa reliquia uno spazio, in verità alquanto angusto, contenente al centro, e ben in vista, il Cannone, di cui si è appena detto. Quest’ultimo, costruito con la tecnologia disponibile oltre un secolo fa, ha i “raggi” delle ruote in legno e  metallo, materiale non di altissima qualità, che risulta giustamente sbrecciato alla bocca di fuoco, con il sistema di caricamento e sparo del colpo, ad uso manuale, le ruote, gli elementi tipici del reperto, oltre al manufatto stesso in pietra, che rivelano tutta la loro vetustà e versano in condizioni non ottimali, comprensibili in considerazione degli stress atmosferici a cui sono stati esposti in tanti decenni di “onorato servizio di rappresentanza”. Ecco, allora, il legno semi/scomparso dalle ruote, il metallo arrugginito, la targa litica ormai quasi illeggibile, con l’estratto del famoso telegramma di Diaz annunciante a Roma la Vittoria definitiva, le parti mobili talvolta addirittura usate impropriamente da ragazzi e da avventori nel piccolo recinto, facilmente raggiungibile e senza specifici ostacoli, privi di controllo da remoto, come telecamere, e senza altri impedimenti che eccedano il semplice rispetto che si deve ad ogni monumento, reperto  e mausoleo che ricordi la comune e condivisa Memoria storica.

Prof. Luigi Trinchillo


[1] Il momento di massima emozione, durante la cerimonia, di tutti i cittadini presenti fu quello in cui la banda musicale intervenuta intonò “La canzone del Piave”, commovente racconto sintetico delle vicende belliche del Primo Conflitto Mondiale, che era costato centinaia di migliaia di morti e di invalidi e mutilati, alla nostra Nazione.

[2] Armando Diaz, che seppe raccogliere le forze, motivare e rianimare le truppe dell’Esercito Italiano dopo la disastrosa “rotta di Caporetto”, aveva sposato la nobildonna Sarah De Rosa Mirabelli, nipote del conte Giuseppe Mirabelli e quindi nella parentela acquisita dal Podestà pro tempore di Calvizzano in quel periodo, Domenico Mirabelli. Ecco perché il cannone può essere considerato quasi un dono ‘personale’, poi ‘girato’ alla Comunità locale. Di qui, la necessità di una delibera del Consiglio Comunale, che dovette ‘accettare’ il dono ed assumersi l’onere delle spese per la sua sistemazione nella piazza, soprattutto perché fu indispensabile modificare la ‘bocca’ del pozzo di acqua sorgiva e piovana già esistente (in realtà, ce n’erano, inizialmente, due), adibita quale riserva idrica di emergenza, dando un nuovo assetto all’intero sito. 

[3] Dal momento dell’arrivo nel nostro Paese del dono deliberato ed inviato da Armando Diaz e fino alla costruzione del manufatto in pietra, il cannone fu “ospitato” e conservato in un angolo ad esso riservato nell’ampio cortile del Palazzo Mirabelli (attualmente al numero civico 8). Dopo la delibera di accettazione pubblica del reperto storico, esso fu momentaneamente ospitato presso la provvisoria Casa Comunale, da dove fu prelevato al momento dell’edificazione del Monumento.

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