Nel 2001 lo scrittore Barleri pubblicò anche un volume su “Arti e Mestieri a Marano” dei nostri antenati
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| Nel disegno del 1783, un "severaiolo" di Marano in abito tipico: l'immagine fu scovata da Barleri per il suo libro |
All’instancabile tessitore di memorie locali, morto a Calvizzano ad aprile 2006, a dicembre 2019 il Consiglio comunale decise di intitolargli una strada o una piazza della città, ancora da individuare
“Arti e Mestieri a Marano”, venne pubblicato nel 2001, grazie al contributo dell’assessorato alla Cultura dell’epoca. Barleri ancora una volta scavò nei polverosi archivi comunali e parrocchiali; spulciò documenti e contratti notarili; setacciò foto ingiallite nelle case dei maranesi veraci. Emerse così l’affresco di una umanità brulicante di sana operosità, in un’epoca in cui la fatica spezzava la schiena e tutti “spaccavno il centesimo”, senza vizi né sfizi. Intorno alle campagne e alle intatte selve della Salandra e di Pietraspaccata gravitava l’economia maranese, con i tradizionali mestieri legati alla terra e le attività artigianali correlati tra loro: i “severaioli” raccoglievano il legno dei castagni magari per gli “scalari”, che costruivano alte scale per chi coglieva noci, pesche o le rinomate ciliegie dell’Arecca. E ancora legno per gli “sportellari”, intrecciatori delle ceste in cui riporre i piselli novelli; legno per i mastri bottai, produttori per le botti per la falanghina (oggi tornata in auge con il marchio doc); legno per carrettieri, “masturasci”, spaccalegna, zoccolai, “fabbricatori”…
Il viaggio a ritroso nel tempo inizia da un dipinto del 1783, commissionato dal re Ferdinando IV di Borbone, che amava far riprodurre i modi di vestire più originali dei suoi sudditi: la gouache ritrae un maranese di spalle, un “severaiolo” con un abito di velluto celeste e armato di coltello.
“Quell’inconsueta eleganza nel lavoro – scrive l’autore – contraddiceva l’abusato modo di immaginare i nostri padri-lavoratori in un’epoca di innegabili fatiche e mortificazioni…Partendo proprio da quel disegno, che poi il re fece riprodurre anche sul primo servizio di piatti di porcellana uscito dalla fabbrica di capodimonte, ho pensato di far rivivere le principali attività dei nostri padri”.
Oltre alla rassegna dei mestieri, con i cognomi noti di generazioni di massari, sensali di terreni, “montesi”, “apparatori”, “chianchieri”, “putecari” dai quali la pasta si vendeva sfusa e l’olio si comprava col misurino, una sterminata carrellata di immagini: ognuno di noi, in questo fantasmagorico baluginare, ritrova qualche ricordo sepolto nei meandri della memoria (dalle grandi tavolate delle feste alla “colata” delle lavandaie), riconosce qualche volto e può rinvenire anche qualche inevitabile errore di identificazione nelle foto.
Raffaele Romano
