Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Questa rinnovata centralità delle questioni
identitarie può essere letta anche alla luce delle difficoltà incontrate da
alcune delle principali promesse che hanno accompagnato l’ascesa della
coalizione di centrodestra al governo. Il blocco navale, più volte evocato
negli anni scorsi, non ha trovato concreta attuazione. Il progetto dei centri
per migranti in Albania, presentato come uno strumento innovativo per la
gestione dei flussi migratori, ha incontrato ostacoli applicativi e
pronunciamenti giudiziari che ne hanno rallentato il percorso. Sul piano
economico, inoltre, parte dell’elettorato continua ad attendere risultati più
visibili sul fronte della pressione fiscale, del costo dell’energia e del
potere d’acquisto. Anche sul versante internazionale e della sicurezza urbana,
il giudizio dell’opinione pubblica appare articolato e non sempre coincidente
con le aspettative generate nella fase iniziale della legislatura.
È in questo quadro che alcuni osservatori collocano la
crescita politica di Vannacci. La sua posizione, esterna alle responsabilità
dirette di governo, gli consente infatti di avanzare proposte e critiche senza
essere sottoposto allo stesso livello di verifica cui è chiamato l’esecutivo.
Da questa prospettiva, il generale può rivolgersi a quell’elettorato che
ritiene insufficienti o troppo moderate alcune scelte della maggioranza,
proponendo soluzioni più radicali su temi identitari e migratori. In tale contesto,
la polemica sulla fiera del libro potrebbe essere interpretata non soltanto
come una controversia culturale, ma anche come uno degli episodi attraverso cui
si misura la competizione per la leadership simbolica dell’area conservatrice.
La principale sfida per la tenuta politica della
maggioranza potrebbe quindi non provenire dalle opposizioni di centrosinistra,
bensì dagli equilibri interni allo stesso campo di governo. Qualora il consenso
raccolto da Vannacci dovesse consolidarsi nel tempo, le conseguenze potrebbero
riflettersi soprattutto sulla Lega guidata da Matteo Salvini, che condivide una
parte significativa dello stesso bacino elettorale. In uno scenario del genere,
il partito potrebbe essere spinto a ridefinire la propria strategia politica e
il proprio posizionamento all’interno della coalizione. Resta tuttavia
prematuro affermare che ciò condurrebbe necessariamente a una crisi di governo:
si tratta piuttosto di una delle possibili evoluzioni che alcuni analisti
intravedono qualora gli attuali rapporti di forza dovessero modificarsi in
maniera significativa.
Giuseppe Cerullo
