Meloni, Vannacci e la competizione identitaria: le tensioni che attraversano il centrodestra

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

L’attacco frontale lanciato da Giorgia Meloni contro la Più Libri Più Liberi ha l’aria dell’ennesima schermaglia culturale, ma potrebbe anche essere letto come il segnale di una dinamica politica più profonda. La polemica sollevata dalla presidente del Consiglio arriva infatti in una fase nella quale il governo sembra avvertire l’esigenza di presidiare con particolare attenzione il terreno dell’identità politica e culturale. Secondo questa interpretazione, la vicenda si inserirebbe in un contesto segnato anche dalla crescente visibilità di Roberto Vannacci, che continua a raccogliere attenzione su temi tradizionalmente centrali per una parte dell’elettorato di destra. In questa prospettiva, il richiamo all’antifascismo, che in una democrazia consolidata dovrebbe rappresentare un patrimonio condiviso, rischia di essere trascinato nel confronto politico quotidiano, diventando uno degli elementi dello scontro tra opposte narrazioni.

Questa rinnovata centralità delle questioni identitarie può essere letta anche alla luce delle difficoltà incontrate da alcune delle principali promesse che hanno accompagnato l’ascesa della coalizione di centrodestra al governo. Il blocco navale, più volte evocato negli anni scorsi, non ha trovato concreta attuazione. Il progetto dei centri per migranti in Albania, presentato come uno strumento innovativo per la gestione dei flussi migratori, ha incontrato ostacoli applicativi e pronunciamenti giudiziari che ne hanno rallentato il percorso. Sul piano economico, inoltre, parte dell’elettorato continua ad attendere risultati più visibili sul fronte della pressione fiscale, del costo dell’energia e del potere d’acquisto. Anche sul versante internazionale e della sicurezza urbana, il giudizio dell’opinione pubblica appare articolato e non sempre coincidente con le aspettative generate nella fase iniziale della legislatura.

È in questo quadro che alcuni osservatori collocano la crescita politica di Vannacci. La sua posizione, esterna alle responsabilità dirette di governo, gli consente infatti di avanzare proposte e critiche senza essere sottoposto allo stesso livello di verifica cui è chiamato l’esecutivo. Da questa prospettiva, il generale può rivolgersi a quell’elettorato che ritiene insufficienti o troppo moderate alcune scelte della maggioranza, proponendo soluzioni più radicali su temi identitari e migratori. In tale contesto, la polemica sulla fiera del libro potrebbe essere interpretata non soltanto come una controversia culturale, ma anche come uno degli episodi attraverso cui si misura la competizione per la leadership simbolica dell’area conservatrice.

La principale sfida per la tenuta politica della maggioranza potrebbe quindi non provenire dalle opposizioni di centrosinistra, bensì dagli equilibri interni allo stesso campo di governo. Qualora il consenso raccolto da Vannacci dovesse consolidarsi nel tempo, le conseguenze potrebbero riflettersi soprattutto sulla Lega guidata da Matteo Salvini, che condivide una parte significativa dello stesso bacino elettorale. In uno scenario del genere, il partito potrebbe essere spinto a ridefinire la propria strategia politica e il proprio posizionamento all’interno della coalizione. Resta tuttavia prematuro affermare che ciò condurrebbe necessariamente a una crisi di governo: si tratta piuttosto di una delle possibili evoluzioni che alcuni analisti intravedono qualora gli attuali rapporti di forza dovessero modificarsi in maniera significativa.

Giuseppe Cerullo

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