La solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

 


                                                                               <<Ed ecco, sì come ne scrive Luca

che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,

già surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,

dal piè guardando la turba che giace;

né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo: ‘O frati miei, Dio vi dea pace’>>.

(Dante, Divina Commedia: Purgatorio XXI, 7-13)[1]

 La Solennità del Santissimo Corpo e Sangue del Signore Nostro Gesù Cristo, comunemente nota come Corpus Domini, è una delle principali festività dell’Anno Liturgico della Chiesa Cattolica, istituita con la Bolla Transiturus dell’11 luglio 1264, da papa Urbano IV, per celebrare il mistero della presenza reale del Signore nel Sacramento dell’Eucaristia.

Dal IX secolo, i teologi avevano iniziato a discutere se la presenza di Cristo nel Sacramento Eucaristico fosse reale oppure solo simbolica, se fosse cioè un “ricordare la Pasqua”, senza alcun valore sacramentale, oppure se essa rinnovasse davvero il Sacrificio della Croce. Il Quarto Concilio Lateranense, nel 1215, regolò la questione, una volta per tutte, introducendo un concetto teologico un po’ complesso: al momento della consacrazione da parte del Sacerdote che celebra, le specie del pane e del vino mutano la loro sostanza e si trasformano nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Si realizza così la transustanziazione, per la quale nulla cambia nell’aspetto esteriore delle particole né del contenuto del Calice, ma quel “materiale” diventa qualcos’altro: vale a dire, vero corpo e vero sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, ripetendosi quanto avvenuto nel Cenacolo, durante l’Ultima Cena.[2]

Questa Solennità, prima di essere inserita nel calendario universale, la si cominciò a celebrare localmente, poi, nel 1246, a Liegi, a seguito del celebre miracolo eucaristico di Bolsena, fu estesa alla Chiesa Universale. La sua origine va ricercata nell’ambiente della Gallia Belgica e, in particolare, nelle rivelazioni della Beata Giuliana di Retine. Nel 1208, Giuliana, priora del Monastero di Monte Cornelio, presso Liegi, ebbe una visione che le rivelava come, fra i cristiani, mancasse una solenne celebrazione in onore del Santissimo Sacramento.

Il direttore spirituale della futura Beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, presentò al proprio Vescovo la richiesta di introdurre nella Diocesi una festa in onore del Corpus Domini. Tale rievocazione eucaristica fu accolta, nel 1246, in tutto il compartimento di Liegi. Alcuni anni più tardi, nel 1263, a Bolsena, nel Viterbese, avvenne uno straordinario miracolo eucaristico. Nella tarda estate di quel 1263, un sacerdote boemo di nome Pietro da Praga si recò in pellegrinaggio verso Roma. Lungo la via, mentre celebrava la Santa Messa nella Basilica di Santa Cristina, a Bolsena, nel frazionare l’Ostia Consacrata, vide zampillare del sangue vivo, che imbevve di sé ed arrossò tutto ciò che era sull’altare. Il popolo gridò subito al miracolo, presto confermato dalle Autorità religiose e, in primis, dal Pontefice. L’evento straordinario assunse maggiore clamore quando si seppe dei dubbi del Sacerdote protagonista dell’evento sulla reale presenza mistica del Corpo e del Sangue di Cristo nell’Eucaristia. Quando dall’Ostia uscirono le gocce di sangue, esse macchiarono il bianco corporale di lino liturgico, che dal XIII secolo è conservato nel Duomo di Orvieto, mentre alcune pietre dell’altare rimasero custodite in preziose teche presso la Basilica di Santa Cristina in Bolsena. Venuto a conoscenza dell’accaduto, papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini, estendendola, dalla circoscrizione di Liegi, a tutta la Cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata al giovedì successivo alla Solennità della Santissima Trinità.[3] In Italia e in altre Nazioni cattoliche, il giorno festivo di precetto, però, per ragioni laico-economiche più che pastorali, viene trasferito alla domenica successiva a quella della Santissima Trinità. A Roma la celebrazione avviene, in genere, tradizionalmente, il giovedì successivo alla solennità della Trinità e inizia nella Cattedrale di San Giovanni in Laterano, per poi concludersi con una processione molto affollata  fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore, di pomeriggio, rispettando così la norma che vuole che essa sia organizzata il sessantesimo giorno dopo la Pasqua di Resurrezione. È il Santo Padre stesso che la presiede, in quanto Vescovo di Roma. A Orvieto, invece, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, viene portato processionalmente per le strade cittadine il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso ed antico reliquiario. Dopo il Concilio di Trento, con il rinnovato e diffuso afflato mistico nelle Comunità Cattoliche, la popolarità della festa crebbe notevolmente e si diffusero ovunque le processioni eucaristiche e il culto esterno del Corpus Domini, al di fuori delle mura della Chiesa. Una particolare forma cultuale che manifesta ed esalta la fede del popolo cristiano nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia è la pratica delle cosiddette Quarantore. L’origine della devozione è da ritrovarsi nell’abitudine dei fedeli di commemorare, durante la Settimana Santa, le 40 ore nelle quali il Corpo di Gesù giacque nel sepolcro. Durante quest’arco di tempo i fedeli rimangono in adorazione continua davanti al Santissimo Sacramento esposto sull’altare. I più ferventi propagatori delle Quarantore e del culto eucaristico furono i predicatori cappuccini a partire dal XVI secolo, fra i quali padre Giuseppe da Fermo, padre Francesco da Soriano e padre Mattia Bellintani da Salò, per citarne solo alcuni fra i principali.

Nella nostra Parrocchia di Calvizzano, dedicata a San Giacomo Apostolo, la processione del Corpus Domini, fino a circa mezzo secolo fa, era un vero evento cittadino: il Santissimo Sacramento raggiungeva tutti gli angoli del Paese, tra il suono festante delle campane, i fuochi di artificio nelle varie zone, il suono di una banda musicale, le strade ben pulite, innaffiate e arricchite da foglie verdi e petali di rose. La benedizione solenne era impartita ai quattro angoli del territorio, per significare l’abbraccio di tutta la popolazione locale a Gesù Eucaristia. Venivano spalancate le porte di tutte le Chiese e le Cappelle gentilizie presenti a Calvizzano: la Cappella Mirabelli, quella della famiglia Carandante, la Congrega dell’Assunta, la Chiesa del Ritiro di San Francesco Saverio e dell’Addolorata; inoltre, venivano allestiti anche alcuni altari occasionali di legno sopraelevati, affinchè l’Eucaristia, solennemente portata in un Ostensorio dal Parroco o da un altro Sacerdote, potesse sostare qualche minuto e, da tali punti-chiave, si potesse impartire al popolo orante la benedizione eucaristica solenne. C’è da dire che il rito tradizionale della Processione Eucaristica, proprio a partire dalla fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, è andato progressivamente riducendosi per durata e per percorso, vuoi per le mutate condizioni del traffico stradale, vuoi per ottemperare alle nuove linee-guida per tutti gli atti liturgici e paraliturgici da tenersi in ambienti esterni all’edificio parrocchiale della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.[4] Lo scrivente ricorda bene, ad esempio, che la Cappella Mirabelli, generalmente chiusa al pubblico, veniva spalancata e per i fedeli partecipanti alla processione era una delle pochissime occasioni per visitarne l’interno. Ciò che colpiva immediatamente era una splendida icona dell’Immacolata dipinta ad olio su tela, di un pittore non noto, ma realizzata con fine sensibilità, quadro addirittura precedente di alcuni anni alla proclamazione ufficiale del dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine, da parte del Pontefice Pio IX. Si pensi che tale evento risale al 1854, mentre, nella Cappella gentilizia dei Mirabelli, una lapide porta incisa la data del 1848. La tela dell’Immacolata presente nella Cappella Mirabelli, luminosa, espressiva, col volto di Maria dolcissimo e davvero ispirato, era ben conservata, integra e circondato da una semplice cornice di stucco che la incastonava, fu asportata da ladri rimasti ignoti. È questa la storia di uno dei tanti furti di opere d’arte religiosa, avvenuti nel tempo, che hanno sottratto al culto dei fedeli capolavori piccoli e grandi che, oltre al loro valore venale, rappresentavano una secolare dimostrazione del profondo animo religioso del nostro popolo calvizzanese.

La processione con il Pane Eucaristico aveva un tempo e conserva ancora fra noi anche questo particolare valore aggiunto: far sostare per qualche minuto Gesù Eucaristia nei luoghi, anche chiusi al culto abituale, che nella Calvizzano storica attestano la fervida fede della gente locale.  

Nella solennità del Corpus Domini, come in tutte le forme di adorazione eucaristica, si manifesta l’esaltazione della fede del popolo cristiano che, nel Santissimo Sacramento, trova la sorgente del suo essere nella comunione con Cristo. 

 

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“Ché quella voglia a li alberi ci mena

 che menò Cristo lieto a dire “Elì”

quando ne liberò con la sua vena”.[5]

 

A cura del prof. Luigi Trinchillo



[1] <<Ed ecco che, come nel suo Vangelo Luca ci ha lasciato scritto che Cristo già risorto apparve a due suoi discepoli sulla strada per Emmaus, così all’improvviso accanto a noi apparve un’anima. Essa camminava dietro di noi, ma noi eravamo concentrati a difendere i nostri piedi attenti a non calpestare la folla sdraiata per terra, per cui non ci accorgemmo di lei, e, prima che la vedessimo, essa ci parlò, dicendo: ‘Fratelli miei, Dio vi dia la pace’>>. (Dante, Divina Commedia: Purgatorio XXI, 7-13).

[2] Questo modo di fare si è conservato nel rito più alto della tradizione cristiana: il sacrificio eucaristico, la Santa Messa, in cui la formula dell’epiclesi parla di Gesù che spezzò il pane per distribuirlo agli Apostoli durante l’Ultima Cena. La Preghiera Eucaristica realizza infatti una vera e propria sintesi del pregare cristiano, che intreccia organicamente il rendimento di grazie (prefazio) e la lode (dossologia), la dinamica di anamnesi (cioè di memoriale) e di epiclesi (cioè di invocazione) sull’offerta e per l’intercessione.

[3] In molti Paesi stranieri dove la presenza di Comunità Cristiane e Cattoliche è prevalente e notevole, la processione del Corpus Domini è divenuta una vera tradizione nei secoli, assumendo aspetti anche folcloristici, che richiamano turisti e curiosi: una delle più famose è quella che si svolge per le strade di Siviglia, rigorosamente il giovedì pomeriggio successivo alla Solennità della Santissima Trinità.

[4] Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha suggerito di ridurre le processioni esterne al solo Corpus Domini, alla festa del Santo Patrono del paese ed eccezionalmente a qualche altro evento legato a tradizioni locali: qui da noi, ad esempio, si è sempre organizzata annualmente la processione con l’antico simulacro di San Ciro e le sue reliquie, dal Settecento conservate nella Congrega dell’Assunta (purtroppo attualmente inagibile), in considerazione del fatto che il Santo Medico e Martire gode di una venerazione speciale da parte della popolazione. Questo evento esterno, dall’epoca della cura del Parroco Don Luigi Ferrillo, già spostato da fine gennaio/inizi di febbraio, a maggio, è andato progressivamente perdendosi (nella speranza che non sia già perduto).

[5] <<Perché ci spinge verso l’albero quella voglia che spinse Cristo sulla Croce a dire lietamente ‘Mio Dio’, quando ci redense con il suo sangue>>.  (Dante, Divina Commedia: Purgatorio XXIII, 73-75).

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