La sinistra tra scissioni e identità perdute: il caso Picierno e la lunga frammentazione del campo progressiste

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo



L’addio di Pina Picierno al Partito Democratico non è solo una notizia di cronaca politica interna, ma l’ennesimo capitolo di un copione che la sinistra italiana recita da decenni con puntualità scientifica. L’eurodeputata ha scelto la via dell’uscita dalla casa madre, una decisione che si inserisce perfettamente in quella consolidata abitudine nazionale che vede nella frammentazione e nella nascita di nuove sigle la risposta quasi automatica a una battaglia congressuale o identitaria perduta. Si esce, si pianta una nuova bandierina e si dichiara l’inizio di un nuovo percorso. Questa scelta si scontra tuttavia con una realtà storica e numerica implacabile, che trasforma regolarmente queste scissioni in percorsi di assoluta irrilevanza elettorale e politica. Se l'obiettivo dichiarato è quello di incidere maggiormente sulla vita pubblica del Paese, la frammentazione in piccoli rivoli ha storicamente ottenuto il risultato opposto, impoverendo la coalizione di centrosinistra anziché alimentarla.

Pina Picierno: fonte internet
Guardare oltreoceano aiuta a comprendere quanto questa tendenza sia un’anomalia tutta italiana. Negli Stati Uniti, figure radicalmente distanti dagli apparati tradizionali come Donald Trump e Bernie Sanders non hanno mai accarezzato l'idea di fondare un terzo polo destinato alla marginalità. Al contrario, hanno compreso che per spostare l'asse politico di una nazione era necessario colonizzare, contendere e infine scalare le due grandi macro-strutture esistenti, i Repubblicani e i Democratici. In Italia la traiettoria è capovolta, dominata da una gara di purezza che ha polverizzato l'area progressista. La memoria corre alla storica frattura tra Rifondazione Comunista e i Democratici di Sinistra, ma i tempi recenti offrono esempi persino più emblematici. Le nascite di Articolo 1 con Bersani e Speranza, di Italia Viva per mano di Matteo Renzi, di Azione con Carlo Calenda, fino alla più recente avventura liberaldemocratica di Luigi Marattin, condividono lo stesso destino. Sono formazioni nate con l'ambizione di rappresentare l'autentica essenza di una specifica cultura politica, sia essa la sinistra sociale o il riformismo liberale, ma che alla prova del voto si sono risolute in percentuali da prefisso telefonico, incapaci di spostare i rapporti di forza e utili solo a rivendicare una coerenza teorica sterile.

Questo fenomeno di atomizzazione trova un contraltare radicalmente diverso sul fronte opposto. Nel centrodestra le scissioni strutturali sono state storicamente più rare e i flussi di consenso si sono mossi prevalentemente all'interno dei contenitori già esistenti. L'elettorato conservatore e moderato si è spostato in massa da Forza Italia alla Lega, per poi approdare a Fratelli d'Italia, mantenendo intatta la forza d'urto della coalizione senza disperderla in micro-formazioni. Persino la nascita di Fratelli d’Italia nel duemila dodici, pur configurandosi inizialmente come una scissione dal Popolo della Libertà, non è stata l'invenzione di un corpo estraneo, bensì la riattivazione di una radice storica profonda, quella di Alleanza Nazionale e del Movimento Sociale Italiano, che si era fusa solo pochi anni prima nel grande partito unico berlusconiano. L'unico fenomeno recente che sembra deviare da questo schema è la formazione guidata da Roberto Vannacci, il cui dinamismo si innesta però su una retorica sovranista, euroscettica e nostalgica che ha già ampiamente dimostrato di saper intercettare un forte consenso emotivo alle urne. Anche in questo caso, tuttavia, la storia recente delle forze populiste europee dimostra che il divario tra le promesse radicali della campagna elettorale e la complessità dell'azione di governo logora rapidamente questi progetti, impedendo quasi sempre una riconferma duratura a causa dello scollamento tra la propaganda e i fatti.

La riflessione centrale che emerge da questa mappatura risiede nel concetto stesso di rappresentanza e di potere all'interno di un sistema democratico. Abbandonare un grande partito per disaccordo con la linea della segreteria non è un atto di coraggio politico, ma una rinuncia. Nel momento esatto in cui una minoranza decide di uscire, la battaglia di cui si faceva portatrice viene definitivamente cancellata dall'agenda di quella forza politica, lasciando la maggioranza libera di governare senza contrappesi. La vera sfida democratica consiste nella capacità di presidiare le strutture, di abitare il dissenso e, soprattutto, di mobilitare l'elettorato per spostare i rapporti di forza interni. La matematica dei partiti moderni è tanto pragmatica quanto cinica: chiunque sia in grado di portare voti, tessere e consenso territoriale diventa inamovibile, a prescindere da quanto le sue tesi possano risultare sgradite alla dirigenza di turno. Rifugiarsi nei cespugli elettorali per l'autosoddisfazione di preservare la propria identità non produce alcun effetto sulla realtà. Per incidere davvero sulle scelte di un Paese serve la fatica di restare minoranza all'interno dei grandi contenitori, con l'obiettivo di trasformarsi in maggioranza attraverso il consenso, abbandonando la pretesa di essere anime pure ma politicamente ininfluenti.

Giuseppe Cerullo

 

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