La sinistra tra scissioni e identità perdute: il caso Picierno e la lunga frammentazione del campo progressiste
Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
L’addio di Pina Picierno al Partito
Democratico non è solo una notizia di cronaca politica interna, ma l’ennesimo
capitolo di un copione che la sinistra italiana recita da decenni con
puntualità scientifica. L’eurodeputata ha scelto la via dell’uscita dalla casa
madre, una decisione che si inserisce perfettamente in quella consolidata
abitudine nazionale che vede nella frammentazione e nella nascita di nuove
sigle la risposta quasi automatica a una battaglia congressuale o identitaria
perduta. Si esce, si pianta una nuova bandierina e si dichiara l’inizio di un
nuovo percorso. Questa scelta si scontra tuttavia con una realtà storica e
numerica implacabile, che trasforma regolarmente queste scissioni in percorsi
di assoluta irrilevanza elettorale e politica. Se l'obiettivo dichiarato è
quello di incidere maggiormente sulla vita pubblica del Paese, la
frammentazione in piccoli rivoli ha storicamente ottenuto il risultato opposto,
impoverendo la coalizione di centrosinistra anziché alimentarla.
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| Pina Picierno: fonte internet |
Questo fenomeno di atomizzazione
trova un contraltare radicalmente diverso sul fronte opposto. Nel centrodestra
le scissioni strutturali sono state storicamente più rare e i flussi di
consenso si sono mossi prevalentemente all'interno dei contenitori già
esistenti. L'elettorato conservatore e moderato si è spostato in massa da Forza
Italia alla Lega, per poi approdare a Fratelli d'Italia, mantenendo intatta la
forza d'urto della coalizione senza disperderla in micro-formazioni. Persino la
nascita di Fratelli d’Italia nel duemila dodici, pur configurandosi
inizialmente come una scissione dal Popolo della Libertà, non è stata
l'invenzione di un corpo estraneo, bensì la riattivazione di una radice storica
profonda, quella di Alleanza Nazionale e del Movimento Sociale Italiano, che si
era fusa solo pochi anni prima nel grande partito unico berlusconiano. L'unico
fenomeno recente che sembra deviare da questo schema è la formazione guidata da
Roberto Vannacci, il cui dinamismo si innesta però su una retorica sovranista,
euroscettica e nostalgica che ha già ampiamente dimostrato di saper
intercettare un forte consenso emotivo alle urne. Anche in questo caso,
tuttavia, la storia recente delle forze populiste europee dimostra che il
divario tra le promesse radicali della campagna elettorale e la complessità
dell'azione di governo logora rapidamente questi progetti, impedendo quasi
sempre una riconferma duratura a causa dello scollamento tra la propaganda e i
fatti.
La riflessione centrale che emerge
da questa mappatura risiede nel concetto stesso di rappresentanza e di potere
all'interno di un sistema democratico. Abbandonare un grande partito per
disaccordo con la linea della segreteria non è un atto di coraggio politico, ma
una rinuncia. Nel momento esatto in cui una minoranza decide di uscire, la
battaglia di cui si faceva portatrice viene definitivamente cancellata
dall'agenda di quella forza politica, lasciando la maggioranza libera di
governare senza contrappesi. La vera sfida democratica consiste nella capacità
di presidiare le strutture, di abitare il dissenso e, soprattutto, di
mobilitare l'elettorato per spostare i rapporti di forza interni. La matematica
dei partiti moderni è tanto pragmatica quanto cinica: chiunque sia in grado di
portare voti, tessere e consenso territoriale diventa inamovibile, a
prescindere da quanto le sue tesi possano risultare sgradite alla dirigenza di
turno. Rifugiarsi nei cespugli elettorali per l'autosoddisfazione di preservare
la propria identità non produce alcun effetto sulla realtà. Per incidere
davvero sulle scelte di un Paese serve la fatica di restare minoranza
all'interno dei grandi contenitori, con l'obiettivo di trasformarsi in
maggioranza attraverso il consenso, abbandonando la pretesa di essere anime
pure ma politicamente ininfluenti.
Giuseppe Cerullo

