Il punto di vista di Gennaro GB
Ricciardiello sul significato della normalità in una società democratica
Le affermazioni del generale Roberto Vannacci sugli omosessuali e sulla loro presunta “non normalità” hanno trovato un consenso politico non trascurabile. Proprio per questo meritano di essere analizzate con attenzione, al di là delle reazioni emotive che inevitabilmente suscitano. Il punto centrale della questione riguarda il significato della parola “normalità”. Nel linguaggio comune e nei dizionari, una norma è una consuetudine, una regola o un comportamento che una società considera abituale in un determinato contesto storico e culturale. La normalità, quindi, non è un concetto immutabile scolpito nella natura, ma una categoria che cambia nel tempo e nello spazio. Fino a pochi decenni fa, in Italia era considerato normale che le donne non votassero. Per secoli la schiavitù è stata ritenuta una componente ordinaria dell’organizzazione economica e sociale di molte civiltà. Ancora oggi esistono Paesi nei quali l’omosessualità è perseguita penalmente o addirittura punita con la morte. Ciò che una società considera normale non coincide necessariamente con ciò che è giusto, né con ciò che merita tutela giuridica e morale. Esiste però un secondo significato del termine “normale”, quello statistico. In questo senso, qualcosa è normale perché rappresenta la condizione più frequente all’interno di una popolazione. Gli eterosessuali costituiscono la maggioranza della popolazione; gli omosessuali una minoranza. Da questo punto di vista si può parlare di frequenza, non di valore. Il problema nasce quando si compie un salto logico: trasformare una descrizione statistica in un giudizio normativo. Il fatto che una caratteristica sia minoritaria non implica che abbia minore dignità, minori diritti o minore riconoscimento sociale. Secondo alcune stime, in Italia i malati terminali sono circa 293.000 persone, una quota pari a poco più dello 0,5% della popolazione. Si tratta di una minoranza numericamente esigua, ma nessuno metterebbe seriamente in discussione il loro diritto alle cure palliative sulla base della loro ridotta consistenza statistica.
Questo esempio evidenzia un principio fondamentale: in uno Stato di diritto, la tutela della persona non dipende dal numero. I diritti non sono attribuiti in proporzione alla diffusione di una caratteristica all’interno della popolazione. Se si accettasse il principio secondo cui ciò che è minoritario è per questo meno degno di riconoscimento, si aprirebbe la strada a una concezione della cittadinanza incompatibile con i fondamenti delle democrazie liberali. La storia europea del Novecento mostra quanto possa essere pericoloso trasformare le differenze statistiche tra gruppi umani in gerarchie di valore. Le più gravi discriminazioni del secolo scorso furono spesso precedute da narrazioni che presentavano alcune categorie come eccezioni, anomalie o elementi estranei rispetto a una presunta normalità collettiva. Non si tratta di equiparare situazioni storiche differenti, ma di ricordare una lezione essenziale: i diritti fondamentali esistono proprio per impedire che la forza dei numeri si trasformi nella misura del valore delle persone. Il progresso civile non consiste nello stigmatizzare chi si discosta dalla maggioranza, ma nel garantire che la dignità e i diritti individuali non dipendano da essa. Le società aperte si misurano proprio dalla loro capacità di tutelare le differenze, non di cancellarle.
Per questo il dibattito sulla “normalità” dovrebbe
essere affrontato con maggiore precisione concettuale. Confondere ciò che è più
diffuso con ciò che è più legittimo significa commettere un errore logico prima
ancora che politico. E la storia insegna che molti arretramenti culturali sono
nati proprio da questa confusione.
In definitiva, il senso del progresso umano non è mai
stato quello di stigmatizzare chi non rientra nei parametri della maggioranza,
ma di interrogare criticamente le norme esistenti e modificarle quando
risultano incompatibili con una più ampia estensione della libertà,
dell’uguaglianza e della dignità della persona. Le norme cambiano, le società
evolvono e i diritti si ampliano. È accaduto in passato e continua ad accadere
oggi. La vera sfida di ogni democrazia matura, dunque, non è stabilire chi sia “normale”, ma
garantire che nessuno debba vedere riconosciuta la propria dignità soltanto
perché appartiene al gruppo più numeroso. Perché una società che misura il
valore delle persone con il metro della maggioranza finisce inevitabilmente per
smarrire il significato stesso dell’uguaglianza.
Gennaro GB Ricciardiello
