Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Il rapido riposizionamento di chi fino a ieri chiedeva fiducia sotto una bandiera e oggi cerca riparo sotto un'altra fotografa, meglio di qualsiasi sondaggio, la reale traiettoria della destra sovranista italiana. Il recente annuncio del passaggio di Antonio Maria Rinaldi a Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci, rappresenta solo l'ultimo tassello di un travaso di personale politico che sta scuotendo l'area della destra italiana, in particolare la Lega, dalla quale si registrano continue fuoriuscite di amministratori locali ed esponenti nazionali. Questo fenomeno si colloca in una cornice strutturale ben più ampia, segnata dal dibattito sulla flessibilità fiscale europea e sulla transizione ecologica. Proprio sulle opportunità offerte dall'Europa per affrancarsi, almeno in parte, dalle fonti fossili attraverso investimenti strategici, le forze di maggioranza avevano costruito una narrazione improntata alla rottura netta con i parametri europei, per poi scontrarsi duramente con la realtà dei saldi di bilancio e con l'ineludibile necessità di negoziare deroghe e flessibilità per l'efficientamento energetico e la riconversione industriale. È proprio in questo profondo delta, che separa la retorica della sovranità assoluta dai compromessi pragmatici imposti dall'azione di governo sulla transizione green, che si è generato quel vuoto di consenso nel quale oggi si inserisce la nuova formazione d'opposizione. Questa dinamica spezza la narrazione ufficiale che descrive tali scissioni come percorsi di coerenza ideale e di rigenerazione democratica, mostrando invece un meccanismo di puro trasformismo finalizzato all'autoconservazione. L'illusione di una rinascita dell'attivismo dal basso e di una partecipazione autentica viene sistematicamente sacrificata alle esigenze delle oligarchie di partito. Molti militanti della prima ora, attratti da parole d'ordine radicali e convinti di contribuire alla costruzione di un movimento di popolo estraneo alle vecchie logiche romane, si troveranno inevitabilmente superati dai nuovi arrivati. La geografia elettorale italiana, dominata da meccanismi di selezione centralizzati e liste bloccate, impone infatti regole precise: i posti nei collegi sicuri e nelle posizioni più favorevoli non saranno assegnati ai quadri cresciuti sul territorio, ma ai professionisti della politica in uscita dai partiti di governo in difficoltà nei sondaggi. Questa consapevolezza sta accelerando i tempi delle scelte per numerosi parlamentari dell'attuale maggioranza, pronti ad avvicinarsi al Generale nelle prossime settimane per capitalizzare il vantaggio della tempestività e mettere al sicuro la propria ricandidatura prima che lo spazio disponibile si riduca. La riflessione che emerge da questo continuo spostamento di classe dirigente investe la natura stessa della rappresentanza e la qualità del personale politico. Ci troviamo di fronte a un circuito chiuso nel quale gli stessi protagonisti che hanno già mostrato i limiti delle proprie ricette economiche e l'incapacità di tradurre le promesse elettorali in risultati concreti sotto una determinata sigla, si limitano a cambiare simbolo per prolungare la propria permanenza nelle istituzioni. Il divario tra proclami e realtà resta immutato, ma il trasferimento preventivo verso l'opposizione consente di azzerare il conto della responsabilità politica davanti agli elettori, scaricando il fallimento sulla formazione appena abbandonata. Questo processo non alimenta la partecipazione, ma ne accelera l'erosione, trasformando il voto di protesta nell'ennesimo strumento di conservazione delle stesse carriere. Quando la coerenza diventa il pretesto retorico per giustificare l'opportunismo e la novità si riduce al riciclo dei dirigenti uscenti, il trasformismo smette di apparire come un'anomalia temporanea e si conferma come l'unica autentica costante della politica italiana.
Giuseppe Cerullo
