“Islamabad e il paradosso dell'interventismo: come la guerra con l'Iran avrebbe logorato la leadership americana”

 Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

L'accordo di Islamabad, siglato per porre fine al conflitto tra Stati Uniti e Iran, sembra certificare una realtà profondamente diversa da quella evocata dalla retorica della Casa Bianca. Se l'obiettivo politico implicito dell'intervento era indebolire o trasformare il regime di Teheran, l'esito della crisi suggerisce che le conseguenze più rilevanti potrebbero manifestarsi sul fronte interno statunitense, dove l'amministrazione Trump rischia di dover affrontare il giudizio di un elettorato sempre più scettico rispetto ai costi e ai benefici dell'operazione.

La firma del memorandum d'intesa evidenzia i limiti di una strategia che appariva fondata sulla convinzione che la superiorità tecnologica, la capacità di proiezione militare e la pressione aerea potessero indurre rapidamente la leadership iraniana a concessioni decisive. Al contrario, la Repubblica Islamica ha confermato una caratteristica storicamente riconosciuta dagli osservatori: una notevole resilienza strategica e una disponibilità ad assorbire costi umani, economici e militari elevati pur di preservare la continuità del sistema politico. L'esito del confronto ha così riportato al centro una delle costanti delle guerre d'attrito: la capacità di sostenere nel tempo il peso delle ritorsioni e delle privazioni può risultare più determinante della mera superiorità materiale.

In questo contesto, la limitata percezione di una minaccia esistenziale da parte dell'opinione pubblica americana avrebbe progressivamente eroso il consenso interno all'operazione. L'assenza di un chiaro collegamento tra il conflitto e la sicurezza quotidiana dei cittadini statunitensi ha ridotto la disponibilità dell'elettorato a sostenerne i costi, restringendo il margine politico dell'amministrazione e aumentando la pressione per una rapida conclusione negoziale prima che la questione producesse effetti elettorali ancora più rilevanti.

La combinazione tra la strategia negoziale dilatoria adottata da Teheran e l'estensione delle operazioni israeliane sul fronte libanese ha contribuito a collocare Washington in una posizione sempre più difficile. Nel tentativo di presentare un accordo diplomatico prima dell'apertura di una fase politicamente delicata, gli Stati Uniti hanno finito per accettare un compromesso che, nella sostanza, appare vicino al ripristino dello status quo precedente al conflitto. Con una differenza significativa: Teheran esce dalla crisi senza aver subito alterazioni sostanziali della propria architettura di potere e con una rinnovata centralità geopolitica.

Particolarmente rilevante è il tema dello Stretto di Hormuz. Sebbene la riapertura della rotta marittima rappresenti un risultato immediato per la stabilità dei mercati energetici, la crisi ha dimostrato quanto il traffico attraverso uno dei principali chokepoint del commercio mondiale rimanga vulnerabile alla capacità di interdizione iraniana. In altre parole, il conflitto non ha eliminato il problema strategico che avrebbe dovuto risolvere, ma ne ha piuttosto confermato la persistenza.

Sul piano simbolico e politico, il riconoscimento implicito della controparte negoziale comporta ulteriori conseguenze. La sopravvivenza del sistema politico iraniano e la sottoscrizione di un accordo da parte di Washington indeboliscono la narrativa secondo cui la normalizzazione dei rapporti sarebbe stata subordinata a una trasformazione sostanziale del regime. Ne emerge una tensione evidente tra gli obiettivi dichiarati durante la crisi e il risultato effettivamente conseguito al tavolo negoziale.

Le ripercussioni non si limitano al Medio Oriente. L'onda d'urto della vicenda ha investito anche le forze politiche europee che avevano costruito parte della propria proiezione internazionale sulla solidità del rapporto con la presidenza americana. In questo quadro, il ridimensionamento dell'influenza di Washington ha generato difficoltà per numerosi interlocutori continentali, costringendoli a ricalibrare posizionamenti e priorità diplomatiche. Per governi che avevano investito politicamente nella sintonia con la Casa Bianca, la conclusione del conflitto ha comportato un inevitabile costo reputazionale.

Parallelamente, la crisi ha evidenziato i limiti della capacità americana di costruire una coalizione ampia e pienamente coinvolta sul piano operativo. Molti partner occidentali e regionali hanno mostrato riluttanza ad assumere un ruolo diretto nelle operazioni militari, pur continuando a subire gli effetti economici e strategici del conflitto. Ne è derivata la percezione di una crescente asimmetria tra i costi sostenuti dagli alleati e la limitata influenza esercitata sulle decisioni che hanno condotto all'escalation.

L'epilogo della crisi consegna così un paradosso politico di notevole portata. Una dottrina presidenziale originariamente costruita attorno alle promesse di ridurre gli impegni militari all'estero e privilegiare le priorità interne ha finito per essere associata a un conflitto che, invece di rafforzare la posizione internazionale degli Stati Uniti, ne ha esposto i limiti diplomatici, le difficoltà di coordinamento con gli alleati e la vulnerabilità politica sul fronte domestico. Se questa interpretazione dovesse trovare conferma negli sviluppi successivi, la guerra con l'Iran potrebbe essere ricordata non come il momento della riaffermazione della potenza americana, ma come l'episodio che avrebbe accelerato il logoramento della sua leadership politica e strategica.

Giuseppe Cerullo

 

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