Il vero regalo di Bruxelles non è il debito, ma l’obbligo di uscire dai fossili

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

La Commissione Europea ha annunciato una nuova flessibilità fiscale che consentirà agli Stati membri che ne faranno richiesta e che rispetteranno le condizioni previste di spendere fino allo 0,3 per cento all’anno del proprio Prodotto Interno Lordo per investimenti nel settore energetico, al di fuori dei rigidi vincoli del Patto di Stabilità. La misura, che nel triennio tra il 2026 e il 2028 potrà raggiungere un tetto complessivo dello 0,6 per cento del PIL, si traduce per l’Italia in uno spazio di manovra finanziaria che potrebbe arrivare a circa 14 miliardi di euro complessivi. Si tratta di un meccanismo derivato dalla rimodulazione della clausola di salvaguardia inizialmente pensata per le spese di difesa, un'apertura macroeconomica rilevante se si considera che il nostro Paese si trova ancora sotto la stretta sorveglianza delle regole europee di bilancio e sta affrontando una delicata procedura d'infrazione che impone un percorso di rientro rigoroso. Proprio le condizioni di partenza dell'Italia avevano spinto il governo di Giorgia Meloni a un forte pressing politico su Bruxelles per ottenere questa flessibilità, ma la direzione impressa dalla Commissione devia nettamente dalle intenzioni originarie dell'esecutivo. Laddove Palazzo Chigi puntava ad ampliare i margini di intervento per fronteggiare gli effetti immediati dell'emergenza energetica, anche attraverso strumenti di sostegno capaci di attenuare l'impatto dei rincari su famiglie e imprese, l'Europa ha posto un veto invalicabile sulla spesa corrente e sui sussidi ai combustibili fossili. Le risorse liberate dall'estensione della clausola non potranno essere utilizzate per calmierare artificialmente i prezzi alla pompa o i costi energetici, ma dovranno essere tassativamente indirizzate verso investimenti strutturali. Questa apparente rigidità contabile nasconde in realtà una precisa visione strategica che trasforma un momento di grave difficoltà geopolitica in un acceleratore di cambiamento. Impedendo il finanziamento di misure che avrebbero finito per incentivare il consumo delle stesse fonti fossili all'origine della crisi, la svolta impressa da Bruxelles costringe l'Italia a finalizzare queste risorse esclusivamente sulla transizione ecologica, dall'efficientamento della rete all'installazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici. La crisi in corso cessa così di essere un vicolo cieco in cui bruciare risorse pubbliche per tamponare i sintomi del mercato e diventa lo stimolo finanziario per spezzare i nodi della nostra vulnerabilità energetica. L'opportunità reale non risiede dunque nel margine di debito concesso, ma nell'obbligo di spenderlo per affrancarsi progressivamente dalla dipendenza dal gas e dal petrolio.

Giuseppe Cerullo

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