Bob Dylan e l'urlo contro la guerra: la voce di una generazione

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Tre angeli in alto sopra la strada

ciascuno suonando una sua tromba

vestiti di tuniche verdi con le ali aperte

sono là fin dal mattino di Natale...

Gli angeli suonano le loro trombe tutto il giorno

la terra intera in movimento  sembra oltrepassarli

ma nessuno sente la musica che suonano

nessuno neppure ci prova”.

(Bob Dylan, da “Tre angeli)[1] 

I Padroni della guerra

di Bob Dylan

da Blues ballate e canzoni

nella traduzione di S. Rizzo

Venite padroni della guerra

voi che costruite i grossi cannoni

voi che costruite gli aeroplani di morte

voi che costruite tutte le bombe

voi che vi nascondete dietro i muri

voi che vi nascondete dietro le scrivanie

voglio solo che sappiate

che posso vedere attraverso le vostre maschere

voi che non avete mai fatto nulla

se non costruire per distruggere

voi giocate con il mio mondo

come se fosse il vostro piccolo giocattolo

voi mettete un fucile nella mia mano

e vi nascondete dai miei occhi

e vi voltate e correte lontano

quando volano le veloci pallottole

come giuda dei tempi antichi

voi mentite e ingannate

una guerra mondiale può essere vinta

voi volete che io creda

ma io vedo attraverso i vostri occhi

e vedo attraverso il vostro cervello

come vedo attraverso l’acqua

che scorre giù nella fogna

voi caricate le armi

che altri dovranno sparare

e poi vi sedete e guardate

mentre il conto dei morti sale

voi vi nascondete nei vostri palazzi

mentre il sangue dei giovani

scorre dai loro corpi

e viene sepolto nel fango

avete causato la peggior paura

che mai possa spargersi

paura di portare figli

in questo mondo

poiché minacciate il mio bambino

non nato e senza nome

voi non valete il sangue

che scorre nelle vostre vene

che cosa so io

per parlare quando non è il mio turno

direte che sono giovane

direte che non so abbastanza

ma c’è una cosa che so

anche se sono più giovane di voi

che perfino Gesù non perdonerebbe

quello che fate

voglio farvi una domanda

il vostro denaro vale così tanto

vi comprerete il perdono

pensate che potrebbe

io penso che scoprirete

quando la morte esigerà il pedaggio

che tutti i soldi che avete accumulato

non serviranno a ricomprarvi l’anima

e spero che moriate

e che la vostra morte venga presto

seguirò la vostra bara

un pallido pomeriggio

e guarderò mentre vi calano

giù nella fossa

e starò sulla vostra tomba

finché non sarò sicuro che siete morti.

 

Nell’ottobre 1965 la rivista “Esquire” pubblicò i risultati di una inchiesta svolta nelle Università americane, tesa a rilevare quali personaggi pubblici contemporanei potessero essere considerati il più importante e rappresentativo dell’epoca. Ebbene, i primi tre nomi furono quelli di John Fitzgerard Kennedy, Bonn Dylan e Fidel Castro.

Dylan, nato a Duluth, nel Minnesota, nel 1941, a metà degli anni Sessanta aveva già una fama che aveva superato i limiti di semplice  cantante, chitarrista, cantautore, pur avendo pubblicato il suo primo disco solo nel 1962. Il suo nome e la sua produzione musicale divennero presto un mito, anzi il mito da sbandierare nelle manifestazioni, soprattutto giovanili, di protesta radicale contro i simboli dei mali del momento. In ogni raduno con intenti e finalità controculturali protestatarie, era difficile che non ci fosse un richiamo ai suoi testi e alle sue canzoni. Dal punto di vista musicale, Bob Dylan era l’erede delle ballate folk di Woodie Gutrhrie e di Teter Seeger, che egli seppe fondere con il nuovo rock degli anni Sessanta e con il blues di ispirazione  afroamericana. Sul piano culturale egli riprendeva nei testi delle sue canzoni e delle sue poesie i temi del vagabondaggio e della “nuova frontiera” kennediana. Seppe porsi sulle orme dei lavoratori emigranti, i cosiddetti “hoboes”, e della tradizione popolare e nera degli anni della grande crisi economica del 1929/30, mescolando questi temi con quelli della cultura antiautoritaria  e pacifista della “Beat Generation”. Dylan seppe dunque incarnare quel nuovo stile esistenziale che si diffondeva fra i giovani, già affascinati nella narrativa da Jack Kerouac[2] e cantato da Allen Ginzberg[3]. La sua musica seguiva la via di quei cantanti popolari del Secondo Dopoguerra, ispirati dal desiderio di una profonda trasformazione sociale, che assumeva spesso le caratteristiche di una protesta e di ribellione anti-sistema, che accompagnavano il canto con la chitarra e con l’armonica traendo spunti dai problemi che dilaniavano la società statunitense: i ghetti, la discriminazione razziale, la povertà, la guerra. E tuttavia la produzione di Bob Dylan era riconoscibile immediatamente, perché nelle sue canzoni traspariva anche la solitudine, la disperazione, la rabbia giovanile, la rivolta contro la famiglia tradizionale, la polemica per le spese belliche e militari, lo Stato che non si impegnava a rimuovere antiche e nuove barriere socio-politico-economiche, a partire dal sistema scolastico e universitario, avvertito come classista e conservatore. Gli adolescenti lo applaudivano ed erano entusiasti dei suoi testi e lo consideravano l’artista-simbolo della beat-generation, ruolo che gli veniva riconosciuto anche dagli intellettuali liberal non solo negli Usa, ma dovunque tenesse i suoi concerti: sempre con tutti i posti esauriti. Lo stesso Ginsberg, al momento vero “maître à penser”, lo indicava come il simbolo della nuova cultura. L’esplosione della moda dell’ascolto della musica e delle canzoni attraverso i “jukebox”, spesso tenuti ad alto volume nei luoghi dei ritrovi giovanili e durante le manifestazioni di protesta consentì a Dylan di diffondere termini di uno “slang” nuovo, che gli adulti spesso faticavano persino a comprendere, soprattutto perché la dizione e i toni di voce erano irrituali e mai sperimentati in precedenza nella cultura di massa. Nacque così il “mito” Dylan che, dall’America, invase rapidamente il resto del mondo e tanti cantanti, spesso mediocri, “indovinarono” canzoni che li resero rapidamente celebri. In Italia, perfino il paludato “Festival della Canzone Italiana” ovvero “Il Festival di Sanremo” rimase spiazzato per una tipologia di esecuzione che mandava nel dimenticatoio il vecchio modello canoro, tutto “cuore/amore/dolore”, per lasciare spazio a voci di impegno e a “canzoni d’autore”, i cui testi sembravano talvolta veri componimenti poetici, oppure in una prosa ritmata che rendeva “orecchiabile” una canzone. Cominciarono a diffondersi allora i cosiddetti “tormentoni” (oggi soprattutto estivi), rilanciati dai jukebox sulle spiagge e in spazi aperti, durante gli happening, dove spesso giravano sostanze stupefacenti ed il sesso era cantato ed interpretato come “libero”. Bob Dylan seppe intercettare il malessere e l’inquietudine dei giovani, alla ricerca costante di modelli libertari che non trovavano risposta nella società adulta. Fu cantata dai palchi l’aperta aspirazione ad una società più giusta, che mettesse finalmente da parte il settarismo e i tabù che “la generazione dei padri” non aveva nemmeno saputo scalfire, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Bob Dylan propagandò negli anni Sessanta dei cambiamenti che lentamente, ma inesorabilmente, il decennio successivo avrebbe sconfessato e messo da parte, tra l’abuso di sostanze, il ricorso alla violenza e la nascita di frange terroristiche che sarebbero diventare tristemente note in tutti i Paesi, soprattutto dell’Occidente avanzato e civilizzato.

Bob Dylan indicava nei suoi concerti e nei suoi testi l’ideale di una società non-violenta e sensibile verso le fragilità delle fasce deboli della popolazione. Le guerre continentali erano state messe a tacere dagli accordi fra i Paesi usciti vittoriosi dal conflitto del 1939/45, ma lotte e guerre regionali, e addirittura tribali in Africa, nelle Nazioni nate dalla decolonizzazione postbellica, continuarono ad occupare paginate di giornali e del vero nuovo mass media televisivo. Ecco allora come inquadrare il testo di Bob Dylan riportato in apertura di questa relazione: è un’invettiva convinta e alquanto violenta contro i mercanti di guerra, i costruttori e produttori di armi sempre più raffinate e distruttive. La paura di un’altra guerra mondiale era solo esorcizzata dall’equilibrio del terrore, in un mondo separato da una “cortina di ferro” che nemmeno l’apparizione di personaggi divenuti sotto vari punti di vista “testimonial” della pacificazione universale riuscivano a tenere a bada. Mi riferisco qui a Papa Giovanni XXIII e a Paolo VI: come non ricordare l’enciclica “Pacem in Terris” del primo pontefice e l’accorato grido lanciato in un ottimo francese dal podio dell’Assemblea Generale dell’ONU, da Papa Paolo VI: “Mai più guerre”? Le loro erano vere “voci di chi grida nel deserto”! E in quel deserto possiamo immaginare anche i magnifici versi di Bob Dylan riportati nei “Padroni della guerra”.  

Bob Dylan ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2016 con questa motivazione ufficiale: "Per aver creato nuove espressioni poetiche all'interno della grande tradizione della canzone americana". È stato il primo cantautore a ricevere questo prestigioso riconoscimento, elevando i testi musicali a forma poetica contemporanea. Con Bob Dylan perfino il concetto di “cultura” cambiò di senso…

 “In guerra, qualunque parte possa vantarsi

di aver vinto, non ci sono vincitori:

tutti sono perdenti”.

(Arthur Neville Chamberlain)[4]

 

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“La pace è più importante di ogni giustizia;

e la pace non fu fatta per amore della giustizia,

ma la giustizia per amor della pace”.

(Martin Lutero)

L’articolo del professor Trinchillo non si limita a presentare la canzone Masters of War di Bob Dylan, ma la utilizza come punto di partenza per riflettere sul clima culturale, politico e sociale degli anni Sessanta. L’idea principale è che Bob Dylan non fu soltanto un musicista di successo, ma una figura capace di interpretare le inquietudini del suo tempo. Attraverso “I Padroni della guerra” denunciò gli interessi economici che alimentano i conflitti e diede voce al desiderio di pace, giustizia e cambiamento di un’intera generazione.

Il significato della canzone

La canzone è una dura accusa contro coloro che traggono profitto dalla guerra: i produttori di armi, i potenti e i responsabili delle decisioni militari. Dylan li definisce “padroni della guerra” e li accusa di mandare i giovani a combattere mentre loro rimangono al sicuro. Il tono è molto forte, tanto che nell’ultima strofa il poeta arriva ad augurare loro la morte, per sottolineare la gravità delle loro responsabilità morali.

Il messaggio centrale è pacifista: la guerra non porta benefici all’umanità, ma solo morte, paura e sofferenza.


[1] È l’inizio e la fine della ballata “Tre angeli” di quello straordinario cantautore americano di origine russa ed ebraica, che egli stesso disse in un’intervista di aver tratto l’ispirazione dal capitolo 14 (6-12) dell’Apocalisse. E come non ricordare, a questo punto, lo splendido e metempirico film di Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino”, del 1987.

[2] Jack Kerouac (1922-1969), è il simbolo stesso del rinnovamento letterario statunitense e della cosiddetta “beat generation”. I suoi romanzi ebbero una diffusione rapida e fortunata non solo in patria ma anche all’estero, a partire dal mitico “Sulla strada” (1957), a “I sotterranei” (1958, a “Big Sur” (1962) e le sue poesie (“Blues di Città del Messico”, 1959) influenzarono un’intera schiera di poeti e “cantautori”: fra i primi, proprio Bob Dylan.

[3] Allen Ginzberg (1926-1997) poeta statunitense esponente anch’egli della “beat generation”, scriveva proprio in quegli anni “Urlo” (1956), “Kaddish” (1961), “Sandwich di realtà” (1963), “Respiri mentali” (1977). Come si può notare operava e conduceva un rinnovamento della poesia, proprio negli anni in cui si affermava il primo Bob Dylan.

[4] Sostenitore di una politica di pacificazione (appeasement) con la Germania nazista, nella sua qualità di primo ministro del Regno Unito negli anni 1937-1940, da conservatore qual era, ritenne opportuno cedere alle pretese di Hitler sui Sudeti e sulla Cecoslovacchia, nel tentativo di evitare un conflitto globale. La Storia ci dimostra che il suo atteggiamento, del tutto utopistico, non risolse le questioni e la guerra scoppiò comunque.

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