Sotto pressione: diario di un tirocinio in camera iperbarica

 

Immagine creata con intelligenza artificiale (fonte internet)

Articolo a cura di Giuseppe Cerullo, maranese: ha vissuto a Piscinola per diversi anni con sua moglie Valentina Di Leo, infermiera, e le sue due figlie, prima di trasferirsi a Grosseto

Il nostro editorialista Cerullo
Questo contributo nasce dall’esperienza di tirocinio “on the job” svolta dal nostro editorialista Giuseppe Cerullo, l'infermiere di terapia intensiva, attualmente impegnato in un percorso specifico presso la camera iperbarica dell’Ospedale Misericordia di Grosseto. L’attività si sviluppa sia come secondo operatore sia nella progressiva acquisizione delle competenze necessarie al ruolo di conduttore, all’interno di un’équipe che rappresenta il cuore operativo e professionale di questo percorso formativo.

Un ringraziamento particolare va al gruppo della camera iperbarica coordinato dalla responsabile infermieristica Serena Mariottini, agli infermieri Conti, Lodola, Brilli e Gherardini, al tecnico iperbarico Longo e al medico iperbarico Dott. Falini, che quotidianamente trasformano il tirocinio in un’esperienza concreta di formazione sul campo, fatta di rigore, collaborazione e trasmissione di competenze.

Gruppo Camera Iperbarica Ospedale Misericordia di Grosseto
Ci sono luoghi in cui la medicina smette di essere teoria e diventa fisica applicata, tempo controllato e pressione regolata con precisione. La camera iperbarica è uno di questi: uno spazio chiuso, altamente protocollato, dove ogni gesto è codificato e ogni variabile ha un peso clinico concreto. Il lavoro quotidiano si inserisce in un contesto terapeutico che ruota attorno all’utilizzo dell’ossigeno in condizioni di pressione aumentata. L’obiettivo è intervenire su meccanismi fisiopatologici complessi, dove il trasporto dei gas e la loro distribuzione nei tessuti diventano elementi centrali della cura. Tra le principali condizioni trattate vi è la malattia da decompressione, tipica dell’attività subacquea, in cui la formazione di bolle di gas nei tessuti e nel circolo rappresenta il nucleo del problema clinico. A questa si affianca l’intossicazione da monossido di carbonio, patologia subdola in cui l’ossigeno viene sottratto ai tessuti attraverso un legame preferenziale con l’emoglobina. Un altro ambito rilevante riguarda le infezioni necrotizzanti dei tessuti molli, come la gangrena gassosa da Clostridi, e altre infezioni batteriche ad andamento aggressivo, nelle quali la tempestività dell’intervento è determinante e la terapia iperbarica si inserisce come supporto integrato alla chirurgia e alla terapia antibiotica.

 

La camera iperbarica viene inoltre utilizzata in chirurgia ricostruttiva per il trattamento di innesti cutanei e lembi a rischio, dove l’aumento dell’ossigenazione tissutale può favorire la sopravvivenza cellulare in aree compromesse. In ambito neurologico e oftalmologico, la terapia trova indicazione in alcune forme selezionate di sordità improvvisa e nell’occlusione dell’arteria retinica, condizioni in cui il fattore tempo è spesso decisivo per l’evoluzione clinica. Nel corso del tirocinio, ciò che emerge con maggiore evidenza è la continuità tra i principi della medicina iperbarica e quelli della fisiologia dei gas. La gestione della pressione, la diffusione dell’ossigeno e la prevenzione delle complicanze legate alle bolle gassose rappresentano un filo conduttore che unisce ambiti clinici anche molto diversi tra loro. L’esperienza in camera iperbarica diventa così non solo un percorso formativo tecnico, ma anche un’osservazione diretta di come la medicina contemporanea si basi su protocolli rigorosi, lavoro di équipe e attenzione costante ai parametri vitali del paziente, in un equilibrio continuo tra fisica e biologia applicata.

Giuseppe Cerullo

 

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