Prosegue la rubrica "I Sabati di Cultura". La Carità del Grano: memoria viva di una tradizione di fede e condivisione a Calvizzano. Un’ altra chicca che ci ha inviato il prof. Luigi Trinchillo, degno erede degli scrittori che hanno raccontato la storia locale
La carità del grano
in occasione della ricorrenza annuale
della festa di San Giacomo Apostolo a Calvizzano:
una bella pagina della tradizione dei nostri antenati,
che varrebbe davvero la pena rinverdire ai nostri giorni
[Padre Cristoforo al fratello dell’uomo ucciso:]
“Io sto per mettermi in viaggio:
si degni di farmi portare un pane,
perché io possa dire d’aver goduto la sua carità,
d’aver mangiato il suo pane,
e avuto un segno del suo perdono”…
“E qui levò dalla sporta una scatola d’un legno ordinario,
ma tornita e lustrata con una certa finezza cappuccinesca;
e proseguì: ‘qui dentro c’è il resto di quel pane
il primo che ho chiesto per carità;
quel pane, di cui avete sentito parlare!
Lo lascio a voi altri; fatelo vedere ai vostri figliuoli.
Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi,
in mezzo a’ superbi e a’ provocatori:
dite loro che perdonino sempre!
tutto, tutto! e che preghino, anche loro,
per il povero frate!’
E porse la scatola a Lucia,
che la prese con rispetto,
come si farebbe d’una reliquia”.
[Alessandro Manzoni, I promessi Sposi,
estratto dal capitolo IV e dal capitolo XXXVI][1
La carità del grano
in occasione della ricorrenza annuale
della festa di San Giacomo Apostolo a Calvizzano:
una bella pagina della tradizione dei nostri antenati,
che varrebbe davvero la pena rinverdire ai nostri giorni
Ecco quanto affermava, dopo annose ricerche, il Canonico Don Giacomo Di Maria, che aveva condotto rigorose indagini specifiche, anche per rispondere ad un personale bisogno di illuminare tradizioni legate al Santo, del quale cui si onorava di recare il nome[2]: “Per secoli la vetusta Ecclesia S. Jacobi – la parrocchia di frontiera a Nord di Napoli, ubicata “circa montes” (Capodimonte), decorata dall’Arcivescovo Giovanni III Orsini (1337), la prima delle tre dignità diocesane: Arcipretura dei luoghi montuosi – divenne meta anche di napoletani e di paesi vicini per lucrare della “grande perdonanza” (come a Compostella), cioè un’indulgenza straordinaria per il perdono dei peccati; pellegrinaggi si effettuavano nella festa o giorno di San Giacomo, e la città di Napoli – annota l’antesignano dei cronisti calvizzanesi, il notar Sirleto (1663) – restava quasi vuota e riceveva per divozione la tradizionale “Carità del grano”, atto caritativo e religioso che si rinnova nell’attuale Chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie (dal 1608), ogni anno nella festa liturgica – al 25 luglio – distribuendo, alla fine delle Sante Messe, il pane benedetto”[3].
Il primo notaio calvizzanese, vissuto nel Seicento, Marco Antonio Sirleto, autore di un fondamentale manoscritto per la conservazione di memorie locali, noto come “Plateia”, che amava definirsi “amante di antichità”, si impegnò a raccontare, per quanto possibile fedelmente, le più antiche tradizioni dei vecchi cittadini di Calvizzano”. Egli ci riporta, sotto una indicazione particolare (“Carità del grano”), per il 1663, la seguente dichiarazione:
“Nella festa o giorno di S(an) Giacomo Ap(ostolo) restava quasi vuota la città di Napoli e le (località) circonvicine per concorrere alla perdonanza e festa prescritta – non essendo al tempo ancora edificata la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli alla strada Toledo di detta città [di Napoli] – per continuare l’antica usanza, essendo che la Città in quel tempo non aveva altro spasso o delizia che venire in questo Casale, come primo figlio di essa Città. E li poveri mendicanti del Regno, da estrema parte di esso venivano in detta giornata a ricevere la Carità del grano che dispensavano e distribuivano le persone in detto Casale ed anche a quelli si dava la Carità di mangiare. Il più povero di detto Casale, in quella giornata, dispensava almeno un tomolo[4] di grano in allegrezza ed in onore di San Giacomo, e gli altri da grado in grado facevano secondo le qualità loro. Essendovi in quel tempo in detto Casale, Case e Famiglie ricchissime e facoltose, il che al presente molti se lo ricordano. (…) ed oggi, deplorevole giornata, per la grande penuria e povertà del Casale di Calvizzano, si è lasciato di fare tanto bene”.[5]
~~~ Il pane ~~~
“Il cammino del pane – dal chicco di grano, che viene sprofondato nel buio solco del terreno, dal campo che si tinge delicatamente di verde, dall’ondeggiante e dorato mare di spighe, attraverso il lavoro della mietitura e della trebbiatura, il processo della macinazione e del setaccio, la preparazione dell’impasto e la cottura al calore del forno, fino alla sua generale distribuzione sul desco familiare – ebbene, ogni tappa della trasformazione di questo cibo fondamentale è densa di valenze simboliche, e testimonia il cammino compiuto dalla civiltà umana”. Dall’opinione appena riportata, di un famoso studioso dei legami comportamentali, tra psicologia e sociologia[6], risulta chiaro il simbolismo onirico della psicologia del profondo legato al pane, che, da quando è stata acquisita la conoscenza della coltivazione dei cereali, è diventato per tutti i popoli, in particolare quelli mediterranei e dei Paesi dove le granaglie attecchiscono facilmente, l’alimento più importante della dieta.
Questo è attestato, paradossalmente, da due tradizioni millenarie.
Una è quella che conferma la presenza del pane nei riti funebri dell’antico Egitto: secondo gli studiosi di antropologia culturale comportamentalista, questo rito potrebbe supportare l’idea che tale popolo, come quelli della Mezzaluna Fertile o dell’Italia pre/greco-romana, avessero già un’idea di sopravvivenza dello spirito (o dell’anima) del defunto nell’Aldilà, altrimenti non avrebbe avuto senso quell’offerta di cibo, di acqua, di latte, di vino e/o di birra, per un defunto, se tutto della sua umanità si fosse concluso con la sepoltura del cadavere.
Un’altra tradizione, avente uno speciale senso di valore religioso ed etico nell’accezione più estesa, è l’abitudine, diffusa in tutto l’Oriente Antico e fra i popoli del bacino del Mediterraneo, di utilizzare il pane esclusivamente “spezzandolo” e mai “tagliandolo”, per ragioni simboliche e scaramantico-apotropaico. Un “rispetto” che si estendeva e che è ancora vivo nell’immaginario collettivo, almeno dei popoli europei e mediterranei, è quello che riguarda addirittura la disposizione del pane sulla tavola imbandita. Il non mettere il pane capovolto, per molti, non è un semplice consiglio dei più anziani né un’abitudine priva di senso, bensì una regola comportamentale atavicamente trasmessa. Questo modo peculiare di considerare il pane pare essersi conservato persino nel rito più alto della tradizione religiosa cristiana e cattolica in particolare: il Sacrificio Eucaristico. In esso, la formula liturgica dell’epiclesi parla di Gesù che spezzò il pane per distribuirlo agli Apostoli durante l’Ultima Cena, realizzando così l’istituzione dell’Eucaristia.[7]
La Preghiera Eucaristica, infatti, realizza una vera e propria sintesi del modo di pregare cristiano, che intreccia organicamente il rendimento di grazie (prefazio) e la lode (dossologia), la dinamica di anamnesi (cioè di memoriale) e quella di epiclesi (cioè di invocazione) sull’offerta, per l’intercessione divina. Nessuno studioso ritiene che sia un caso che Gesù scelse il pane (e il vino) per lasciare ai suoi fedeli la possibilità di continuare a rendersi presente in mezzo a loro, sotto le specie eucaristiche. La socio-archeologia ha ipotizzato che tutti i popoli delle località a clima temperato, dal periodo in cui, da nomadi, divennero stanziali, presero a coltivare il grano e poi a trattarlo per ricavarne cibo. Ecco, allora, che il pane assurse ad alimento-chiave della tavola, presente tanto sul desco dei più poveri che su quello dei benestanti: poteva variare la qualità ed il pregio della materia prima, non il ruolo di pietanza-simbolo della sopravvivenza.
Si spiega, così, che questo cibo vitale per eccellenza, assunse, presso la mentalità popolare, un valore che andava ben oltre la capacità nutrizionale, per diventare un segno di fratellanza conviviale e comunitaria, ed in tal senso non mancava mai sulla tavola, per cui, in occasione di feste e ricorrenze speciali, anche sul desco dei più poveri e diseredati doveva essere presente e la carità locale comunitaria lo assicurava anche a chi, normalmente, non aveva neppure la capacità economica minima per procurarselo.
In questo senso, tanto specifico che lato, va inquadrata la bella abitudine antica della “carità del pane” che, per secoli, a Calvizzano, ha caratterizzato la giornata della solenne memoria annuale del martirio fino al versamento del sangue di questo Martire e Testimone della Fede in Cristo, che era stato presente, insieme con Pietro e Giovanni, ad alcuni dei momenti identitari e degli eventi nodali specifici della vita del Signore Gesù, come la Trasfigurazione sul Monte Tabor e la cattura nell’Orto degli Ulivi.
Possibile che una tradizione così ricca di simboli ed attestata da documenti e memoria collettiva condivisa debba e/o possa finire nel dimenticatoio della vita locale dei cittadini, ancor più che dei fedeli cristiani e cattolici, di Calvizzano?
***************Ð***************
“Già si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che il pio Padre a nessun serra”[8]
(Dante, Paradiso XVIII, 127-129)
Prof. Luigi Trinchillo
[1] Le due citazioni qui riportate sono tratte dall’edizione dei Promessi Sposi del 1840, pubblicata nei Meridiani Mondadori, ©2002 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., alla pagina 79 e a pagina 708.
[2] Potrebbe sembrare banale, ma il redattore di queste note ricorda di averlo sentito affermare dal diretto interessato.
[3] La citazione è tratta dall’opuscolo già citato di Don Giacomo Di Maria: Una importante scoperta archeologica, a pagina 8.
[4] Il tomolo era una misura di capacità per granaglie e materiali aridi in genere, di valore abbastanza vario nelle singole regioni dell’Italia Meridionale e nei vari periodi storici in cui fu in uso. A Napoli, nel XVII secolo, un tomolo valeva all’incirca il corrispondente attuale di 45 chilogrammi. Da segnalare, comunque, che lo stesso nome stava ad indicare anche un’unità di misura di superficie agraria, sempre in uso nel Centro-Sud d’Italia, di valore decisamente ancora più incerto da definire.
[5] Il testo appena riportato dalla “Platea” del notaio Marco Antonio Sirleto è andato perduto nell’originale, insieme con l’intero manoscritto sirletano, probabilmente bruciato nel periodo del Secondo Conflitto Mondiale. Il professore Don Raffaele Galiero, che poté averlo fra le mani, durante la prima stesura del suo volume Il mio Paese (nell’anno 1931), trascrisse l’intero documento, che lo coinvolgeva, in particolare, per motivi pastorali, in quanto attestava l’antica tradizione locale calvizzanese della Carità del pane, comune ad altre iniziative comunitarie simili (si pensi alla distribuzione del pane di Sant’Antonio, ancor’oggi vivacissima a Padova, ma anche qua e là in Italia e altrove). A Calvizzano essa fu ripresa quale atto devozionale negli anni Cinquanta/Settanta, rinvigorita nello spirito del XXX Sinodo della Chiesa Napoletana degli anni Ottanta del Novecento, tendente a recuperare la tradizionale religiosità popolare locale, ma è andata poi perdendosi alquanto in quelli a noi più vicini.
[6] Si tratta di Ernst Aeppli (1892-1954), psicoanalista svizzero di lingua tedesca, esponente rilevante della Scuola di Carl Gustav Jung, tanto vicino alle posizioni del suo maestro da essere talvolta “schiacciato” dalla personalità e dalla fama di lui. Eppure, per ciò che riguarda il cibo, l’alimentazione e l’influsso dell’attività onirica sulla vita pratica e quotidiana delle persone, manifestò delle intuizioni, se non geniali, certamente di grande originalità e di grande attualità ancora nella nostra epoca.
[7] “Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: ‘Prendete e mangiate: questo è il mio corpo’” (Matteo 26, 26). “E, mentre mangiavano, [Gesù] prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: ‘Prendete, questo è il mio corpo” (Marco 14, 22). “Poi [Gesù] prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo : ‘Questo è mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’” (Luca 22, 19). Gesù e due viandanti, giunti nel villaggio di Emmaus, sedettero in casa e “Quando [Gesù] fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Luca 24, 30). [I primi discepoli di Gesù] “Erano perseveranti nell’insegnamento e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (Atti degli Apostoli 2, 42). “Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte” (Atti degli Apostoli 20, 7). “Perciò, miei cari, state lontani dall’idolatria. Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (San Paolo: Prima Lettera ai Corinzi 10, 14-17). “Io [Paolo], infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me” (San Paolo: Prima Lettera ai Corinzi 11, 23-24). {Tutte le citazioni qui effettuate sono riprese dalla TOB/2018, Elledici, Torino}.
[8] “Un tempo si era soliti fare la guerra con le spade; ma ora si fa la guerra sottraendo ora qui ora là il pane che Dio Padre, invece, non nega a nessuno”. (Versione in lingua volgare e in prosa di Paradiso XVIII, 127-129). Per una corretta interpretazione di questa terzina dantesca, va precisato che il pane cui si fa cenno qui è quello del Sacramento eucaristico.