Amministrative, il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Le elezioni
amministrative appena concluse hanno restituito un dato tanto evidente quanto
sistematicamente rimosso dal dibattito nazionale: in Italia le città non le
vincono i partiti, le vincono i blocchi di potere locali. A Venezia e Reggio
Calabria il centrodestra ha prevalso già al primo turno, mentre il
centrosinistra si è imposto a Prato, Pistoia e Salerno, confermando un quadro
apparentemente leggibile attraverso le categorie tradizionali della politica
nazionale. Ma basta osservare meglio i numeri, le liste e soprattutto i
meccanismi territoriali per capire che la vera partita si è giocata altrove. A
decidere il risultato sono stati ancora una volta i sistemi di consenso
costruiti attorno ai candidati, le reti civiche personali, le aggregazioni elettorali
temporanee e il radicamento dei cosiddetti, intermediari territoriali del
consenso, figure capaci di trasformare il controllo del territorio in consenso
amministrativo trasversale. Il caso di Vincenzo De Luca a Salerno o quello
della galassia politica di Cateno De Luca in Sicilia rappresentano soltanto gli
esempi più visibili di una dinamica ormai diffusa ovunque, dai capoluoghi alle
città medie fino ai piccoli comuni. La narrazione nazionale, però, continua
ostinatamente a raccontare queste elezioni come un referendum sul governo o
sull’opposizione, trasformando ogni risultato locale in un test politico
generale. È una lettura sempre più fragile. Nella maggior parte dei casi,
infatti, i partiti tradizionali risultano svuotati e subordinati a liste
civiche che di civico hanno poco o nulla. Contenitori elettorali privi di
struttura politica, senza vita democratica reale, senza luoghi di discussione,
senza identità culturale definita. Nascono poche settimane prima del voto per
raccogliere pacchetti di preferenze, mettere insieme candidati competitivi e
sommare interessi differenti sotto il nome del sindaco di turno. Terminata
l’elezione, spesso spariscono completamente dal dibattito pubblico e
dall’attività politica cittadina. Non costruiscono classe dirigente, non
elaborano visioni amministrative condivise, non formano partecipazione. Servono
soltanto a vincere. È qui che emerge il problema più profondo della politica
locale italiana. L’erosione delle appartenenze ideologiche e la crisi delle
organizzazioni territoriali hanno lasciato spazio a coalizioni personalistiche
nelle quali convivono gruppi incompatibili, tenuti insieme esclusivamente dalla
prospettiva del potere amministrativo. In assenza di culture politiche
riconoscibili, il sindaco diventa inevitabilmente il centro assoluto del
sistema: uomo solo al comando, interprete diretto della volontà cittadina,
figura salvifica chiamata a sostituire la debolezza della mediazione
democratica. Lo schema cambia nome a seconda dei contesti, ma il modello resta
identico: lo sceriffo, il civico pragmatico, il decisionista, il Masaniello
moderno che promette efficienza contro la lentezza della politica tradizionale.
Il risultato, però, è un progressivo impoverimento del dibattito pubblico. Le
città non discutono più quale sviluppo vogliono costruire, ma quale leadership
affidare temporaneamente alla gestione dell’esistente. Dentro questa
trasformazione cresce anche la disaffezione elettorale. Le amministrative,
storicamente considerate le elezioni più vicine ai cittadini, registrano ormai
livelli di partecipazione sempre più bassi. E quando diminuisce il voto libero
e di opinione, aumenta inevitabilmente il peso del voto organizzato,
relazionale, mobilitato attraverso reti di interesse o appartenenza personale.
Più si restringe la partecipazione, più il consenso diventa controllabile. È un
circolo che finisce per rafforzare proprio quei sistemi locali che alimentano
la sfiducia nella politica. Così, mentre molti comuni affrontano crisi
finanziarie, spopolamento, carenza di servizi e desertificazione sociale, la
politica amministrativa si riduce sempre più a una competizione tra strutture
di consenso prive di un vero progetto collettivo. E forse il dato più
inquietante di queste elezioni non è chi abbia vinto o perso, ma il fatto che
quasi nessuno sembri più interrogarsi sulla qualità democratica del modello che
sta prevalendo.
Giuseppe
Cerullo
