Calvizzano, la panchina degli ultimi: il sogno dimenticato di Francesco Davide e di chi non ha mai avuto voce
Calvizzano sa ricordare. Lo ha fatto negli anni
dedicando strade, murales, panchine e simboli ai grandi nomi della musica, del
teatro, del calcio e della legalità. Da Totò a Eduardo De Filippo, da Massimo
Troisi a Pino Daniele, passando per Sergio Bruni, Enrico Caruso e Gigi
D’Alessio. Ha saputo rendere omaggio anche alle vecchie glorie del Calcio
Napoli e a figure immortali come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, martiri
della lotta alla mafia. Eppure, tra questi nomi illustri, continua a mancare
uno spazio per chi nella vita non ha avuto applausi, né riconoscimenti, né
protezione. Gli ultimi. Gli invisibili. Coloro che hanno attraversato le strade
della nostra comunità portando addosso il peso della solitudine,
dell’emarginazione e dell’indifferenza.
È per questo che torna, ancora una volta, la proposta lanciata già nel 2022 e rilanciata oltre un anno fa: dedicare una panchina agli “ultimi”. Un gesto semplice, quasi umile, ma dal valore umano immenso. Una panchina che non celebri la fama, ma la dignità. Non il successo, ma la sofferenza silenziosa di chi è stato dimenticato. Una battaglia civile e morale portata avanti da Calvizzanoweb e condivisa con sensibilità dal poeta Giorgio Zapparella, che nella poesia Nu cafè cu Mimì richiama una figura che ancora oggi commuove chi ne conserva il ricordo: “Mimì cuntame ’e chella vota, chillu barbone ca parlava sempe cu te, ca mmieze ’e parole cercava ’a vite e truvaje ’a morte…”
Quel “barbone” era Francesco Davide, per tutti Spellechione. Un uomo colto, un bravo artigiano, un’anima fragile che la società non ha saputo proteggere. La sua storia è diventata il simbolo di tutte quelle vite consumate ai margini, tra il giudizio facile della gente e l’assenza delle istituzioni. Uomini che non chiedevano gloria, ma solo ascolto. Persone che avevano ancora qualcosa da raccontare, ma nessuno disposto a fermarsi davvero. Anni fa, durante un incontro davanti al Bar Elite di Villaricca tra Rosiello e l’allora sindaco, vennero pronunciate parole che lasciarono un segno profondo in chi conosceva la storia di Francesco Davide. Fu detto chiaramente che, finché quella amministrazione fosse rimasta alla guida del paese, di Spellechione non si sarebbe mai parlato e che la sua figura non rientrava tra quelle da ricordare pubblicamente. Una posizione che ancora oggi viene vissuta con amarezza da chi continua a credere che anche gli ultimi meritino memoria, rispetto e dignità. E allora la domanda resta sospesa: davvero una comunità può avere paura di una panchina? Davvero ricordare gli ultimi può disturbare così tanto? Noi crediamo di no. Crediamo invece che proprio quella panchina, magari nella Villa Calvisia, potrebbe diventare il luogo più autentico del paese. Un simbolo di coscienza collettiva. Un invito a guardare negli occhi chi soffre. Un monito contro l’indifferenza. Un piccolo spazio di memoria per chi non ha mai avuto un monumento, una targa o un applauso. Perché la civiltà di una comunità non si misura soltanto da come celebra i suoi grandi uomini, ma soprattutto da come sceglie di ricordare i suoi dimenticati. E Francesco Davide, Spellechione, insieme a tutti gli ultimi della nostra terra, quella memoria la merita fino in fondo.
