Botta e risposta tra l’ex assessore Oscar Pisani e il direttore di Calvizzanoweb Rosiello
![]() |
| Foto inviataci da Pisani |
Partiamo dall’articolo pubblicato da Calvizzanoweb, intitolato “Nessun Salvatore, solo impegno comune: la vera sfida contro la camorra”
C’è una tentazione ricorrente nei territori ad alta densità camorristica: cercare figure simboliche che incarnino il riscatto. Il prete anticamorra, il giornalista “impegnato”, diventano fari morali, punti di riferimento, spesso anche bersagli. La loro presenza è fondamentale, ma la domanda resta: possono davvero, da soli, risolvere i problemi profondi di un comune soffocato dalla criminalità organizzata?La risposta,
se vogliamo essere onesti intellettualmente, è no.
Queste figure
hanno un ruolo cruciale: denunciano, raccontano, rompono il silenzio. Tengono
accesa una luce dove spesso domina l’ombra. Ma la camorra non è solo un sistema
criminale: è un ecosistema sociale, economico e culturale. Si infiltra nelle
relazioni quotidiane, nei bisogni, nelle paure. E proprio per questo non può
essere sradicata da singoli, per quanto coraggiosi. Il rischio, anzi, è quello
di delegare. Di pensare che basti “qualcuno” a fare il lavoro sporco della
coscienza collettiva. Così il prete diventa l’unico a parlare, il giornalista
l’unico a denunciare, mentre il resto della comunità resta in silenzio. Un
silenzio che, anche quando nasce dalla paura, finisce per essere complice. Il
vero punto di svolta, dunque, arriva solo quando cambia il comportamento
diffuso. Quando il commerciante dice no al pizzo. Quando il cittadino denuncia.
Quando i giovani smettono di vedere nella camorra un modello di successo
(specialmente attraverso alcune serie TV). Quando la politica locale smette di
essere ambigua e sceglie con chiarezza da che parte stare. Non è una
rivoluzione immediata, né semplice. Richiede tempo, protezione dello Stato,
alternative economiche reali. Ma soprattutto richiede una scelta collettiva:
quella di non voltarsi più dall’altra parte. Il prete e il giornalista possono
indicare la strada. Possono persino aprirla, spesso pagando un prezzo
altissimo. Ma non possono percorrerla al posto di tutti. Alla fine, è il popolo
che decide. Sempre.
La
risposta di Oscar Pisani, nel 2020 candidato a sindaco contro Pirozzi, poi
passato in maggioranza con Pirozzi, dopo circa un anno di opposizione a Pirozzi
e assurto al ruolo di assessore e poi di componente dello staff di Pirozzi
“Tra accuse generalizzate e realtà dei fatti: quando la politica non è tutta uguale”
Caro direttore
di Calvizzanoweb, c’è un passaggio che spesso manca nel dibattito pubblico ed
anche nell’articolo di oggi (ieri per chi l’ha già letto, ndr) ...la capacità
di distinguere.
E’ vero, la
politica, soprattutto nei territori difficili, viene troppo spesso percepita —
e raccontata — come collusa, ambigua, compromessa, ma è altrettanto vero che
questa narrazione, quando diventa generalizzazione, finisce per essere ingiusta
e persino dannosa. Dire “la politica è collusa” è semplice, immediato, quasi
automatico, ma non è sempre così. Continuare
a ripeterlo senza distinguere rischia di mettere sullo stesso piano chi ha
ceduto e chi, invece, ha resistito.
Un esempio
concreto viene proprio da Calvizzano, il primo cittadino sfiduciato non è
caduto per ambiguità o compromessi, ma — al contrario — per non aver ceduto a
pressioni, proposte e richieste che avrebbero potuto piegare l’azione
amministrativa a logiche diverse da quelle della legalità; negli anni aveva
costruito un rapporto solido con gli enti sovraordinati, basato su
collaborazione istituzionale e rispetto delle regole; Proprio questa linea,
evidentemente scomoda per qualcuno, ha portato alla sua sfiducia.
Questo dato
dovrebbe far riflettere più di mille slogan. Perché dimostra che esiste anche
un’altra politica: quella che paga un prezzo per la propria trasparenza, quella
che non si piega, quella che — invece di essere collusa — viene isolata proprio
perché non disponibile a compromessi. Mi viene da dire: allora forse il
problema non è solo la mancanza di impegno collettivo, ma anche una narrazione
che, nel tentativo di denunciare, finisce per appiattire tutto. Una narrazione
che non distingue, che non riconosce esempi positivi, che non valorizza chi
prova — davvero — a cambiare le cose. Perché se è giusto pretendere
responsabilità, è altrettanto giusto riconoscere il merito. Altrimenti si crea
un paradosso pericoloso: chi sbaglia viene condannato, ma chi fa bene non viene
mai riconosciuto. E alla lunga, questo scoraggia proprio quelle figure che
servirebbero di più. La credibilità delle istituzioni passa anche da qui: dalla
capacità di raccontare la complessità, non solo le colpe, dalla volontà di
distinguere, non di confondere. E dal coraggio di dire che sì, la politica può
sbagliare — ma può anche essere, quando è coerente, parte della soluzione. Chi
resiste non dovrebbe essere dimenticato, E chi non si piega non dovrebbe essere
messo nello stesso calderone di chi ha scelto di farlo.
Oscar
Pisani
La contro-risposta del direttore di Calvizzanoweb
Caro Oscar, tu sollevi un punto legittimo, ma parti da
un presupposto che va chiarito subito: nell’articolo pubblicato da
Calvizzanoweb non si parla affatto di Calvizzano né di un caso specifico, ma di
una dinamica generale che riguarda molti territori ad alta presenza
camorristica. E già questo basterebbe a ridimensionare l’obiezione.
Detto ciò, il tema che poni, la necessità di distinguere, è reale, ma non contraddice il cuore dell’articolo. Anzi, in parte lo rafforza. Il punto centrale, infatti, non è accusare “tutta la politica” in modo indistinto, ma evidenziare un meccanismo più profondo: la tendenza collettiva a delegare, a cercare figure singole (positive o negative) su cui scaricare responsabilità che invece sono diffuse. Questo vale per il prete, per il giornalista, ma anche per il politico “virtuoso”. C’è però un elemento centrale che nella tua riflessione andrebbe chiarito meglio (a parte la foto, di cui non ho colto il significato). Tu richiami giustamente la necessità di distinguere, ma poi cadi in una generalizzazione speculare quando parli di “pressioni” senza definirne la natura. Che tipo di pressioni? Da parte di chi? In che contesto? Senza questi elementi, il rischio è quello di restare nello stesso terreno vago che critichi.
Proprio per evitare questo cortocircuito, è utile
essere chiari fino in fondo: allo stato dei fatti, non esistono elementi che
colleghino i protagonisti della prossima competizione amministrativa a
dinamiche camorristiche. I candidati a sindaco, Pirozzi, Borrelli e anche il
terzo nome che si prospetta, Pasquale Musella, sono persone perbene e non hanno
nulla a che fare con la camorra, almeno fino a prova contraria. E questa prova,
ad oggi, non è stata fornita.
Questo passaggio è fondamentale perché ristabilisce un
principio di equilibrio: la necessità di non criminalizzare indistintamente, ma
anche di non costruire narrazioni implicite o allusive che, pur senza dirlo
apertamente, rischiano di lasciare ombre dove non ci sono evidenze. Portare
l’esempio di un amministratore che ha resistito alle pressioni è importante, e
nessuno mette in dubbio che esistano figure così. Tuttavia, proprio questo
esempio conferma un passaggio chiave: chi sceglie la legalità spesso paga un
prezzo, fino all’isolamento o alla caduta. E questo non accade nel vuoto, ma
dentro un contesto sociale e politico che non sempre sostiene abbastanza chi
prova a cambiare le cose. Il rischio della tua posizione è speculare a quello
che critichi: se da un lato è sbagliato generalizzare le colpe, dall’altro è
altrettanto limitante trasformare le eccezioni virtuose in prova che il
sistema, nel complesso, funzioni o sia sano. Non è così. La presenza di
amministratori integri è fondamentale, ma non basta a ribaltare un ecosistema
se manca un sostegno diffuso.
Sul tema della narrazione, poi, vale la pena essere
chiari: raccontare le criticità non significa appiattire tutto, ma mettere a
fuoco un problema strutturale. Il riconoscimento dei “buoni esempi” è giusto,
ma non può diventare un alibi per non guardare alla dimensione collettiva del
fenomeno. In fondo, il punto d’incontro possibile è proprio questo: sì,
esistono politici che resistono e vanno riconosciuti; e proprio perché
esistono, dovrebbero essere sostenuti da una comunità più ampia, non lasciati
soli a incarnare la legalità. Altrimenti si ricade nello stesso schema
iniziale: cambiano i protagonisti, ma resta l’illusione del “salvatore”. E
quella, come l’articolo sottolinea, è una scorciatoia che non ha mai
funzionato.
Repetita iuvant.
Onde evitare equivoci, il caso non è quello di Calvizzano, che non si può
ridurre a una semplice sfiducia (con tutti gli interrogativi che ne derivano)
nei confronti del primo cittadino, tra l’altro prevista dalle regole
democratiche. Ora sarà il popolo a decidere, democraticamente, se questa
sfiducia è condivisa o meno.
P.S. Di tutte le zone
d’ombra di oltre trent’anni di politica locale ti ho parlato ampiamente, quando
per oltre un anno e mezzo ti ho “preso per mano” (ricordi tutte quelle telefonate che mi facevi, spesso anche alle quattro di notte, appena mi sedevo alla scrivania per collegarmi al computer?) spiegandoti il paese punto per
punto e le sue vicissitudini politiche, cosa che ho fatto anche con diversi
altri attori della scena locale che me lo hanno sempre riconosciuto
pubblicamente, a differenza tua.
Mi sono assunto anche le critiche di moltissimi
cittadini per essermi schierato dalla tua parte, perché avevi una squadra di
candidati perfetta per iniziare il rinnovamento, ma, purtroppo, era necessario
scontrarsi con i colossi del consenso. Fin dal primo giorno, quando in
consiglio votasti a favore delle linee programmatiche del tuo avversario di
allora, Pirozzi, mi resi conto del grande errore commesso, percezione poi
confermata dalle tue successive scelte, prima amministrative e poi politiche.
Spero che questo botta e risposta termini qui, perché ai lettori, credo non
interessino più di tanto.
Mi.Ro.

