Nessun Salvatore, solo impegno comune: la vera sfida contro la camorra

 

C’è una tentazione ricorrente nei territori ad alta densità camorristica: cercare figure simboliche che incarnino il riscatto. Il prete anticamorra, il giornalista “impegnato”, diventano fari morali, punti di riferimento, spesso anche bersagli. La loro presenza è fondamentale, ma la domanda resta: possono davvero, da soli, risolvere i problemi profondi di un comune soffocato dalla criminalità organizzata?

La risposta, se vogliamo essere onesti intellettualmente, è no.

Queste figure hanno un ruolo cruciale: denunciano, raccontano, rompono il silenzio. Tengono accesa una luce dove spesso domina l’ombra. Ma la camorra non è solo un sistema criminale: è un ecosistema sociale, economico e culturale. Si infiltra nelle relazioni quotidiane, nei bisogni, nelle paure. E proprio per questo non può essere sradicata da singoli, per quanto coraggiosi. Il rischio, anzi, è quello di delegare. Di pensare che basti “qualcuno” a fare il lavoro sporco della coscienza collettiva. Così il prete diventa l’unico a parlare, il giornalista l’unico a denunciare, mentre il resto della comunità resta in silenzio. Un silenzio che, anche quando nasce dalla paura, finisce per essere complice. Il vero punto di svolta, dunque, arriva solo quando cambia il comportamento diffuso. Quando il commerciante dice no al pizzo. Quando il cittadino denuncia. Quando i giovani smettono di vedere nella camorra un modello di successo (specialmente attraverso alcune serie TV). Quando la politica locale smette di essere ambigua e sceglie con chiarezza da che parte stare. Non è una rivoluzione immediata, né semplice. Richiede tempo, protezione dello Stato, alternative economiche reali. Ma soprattutto richiede una scelta collettiva: quella di non voltarsi più dall’altra parte. Il prete e il giornalista possono indicare la strada. Possono persino aprirla, spesso pagando un prezzo altissimo. Ma non possono percorrerla al posto di tutti. Alla fine, è il popolo che decide. Sempre.

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