Il tempo sospeso di Giorgia Meloni e la sfida delle primarie credibili

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

C’è qualcosa nell’aria, e non è solo la stanchezza di un Paese che si sente spesso spettatore di decisioni prese altrove. Dopo la mazzata referendaria, il clima politico ha cambiato densità. Non è ancora tempesta, ma neppure più bonaccia. Si comincia a sussurrare, con quella cautela tipica dei retroscenisti più disciplinati, che la stagione del governo di Giorgia Meloni potrebbe non essere lunga quanto si immaginava. Non subito, certo. I parlamentari, si sa, sviluppano un attaccamento quasi sentimentale alla durata naturale della legislatura. Ma nel medio periodo, l’ipotesi di una fine anticipata smette di essere una fantasia da opposizione e prende la forma di uno scenario possibile. Gli indizi, come sempre, sono disseminati con cura. Le veline che filtrano dai giornali d’area, solitamente prudentissimi nel disturbare il manovratore, iniziano a concedersi qualche crepa nel racconto granitico. È un dettaglio che, per chi sa leggere tra le righe, vale più di molte dichiarazioni ufficiali. Poi c’è la questione, molto meno narrativa e molto più concreta, della scarsa agibilità finanziaria. Il governo ha coltivato un profilo austero, rassicurante per le agenzie di rating e meno per chi aspetta una busta paga più generosa. E mentre si consolida questa linea, il contesto internazionale si incarica di complicare tutto. La nuova escalation in Medio Oriente, legata anche alle scelte dell’alleato Donald Trump, ha fatto impennare i prezzi dell’energia, con il petrolio che torna a dettare l’agenda e l’inflazione che osserva da vicino, pronta a rimettersi in moto. In una congiuntura simile, la possibilità di una sterzata economica appare più come un desiderio che come una strategia praticabile. E allora prende corpo un’altra ipotesi, più politica e meno contabile. Se le opposizioni dovessero mostrare segnali credibili di recupero, potrebbe essere la stessa Meloni a tentare la mossa d’anticipo, scegliendo il terreno elettorale prima che il logoramento diventi irreversibile. Meglio giocare d’attacco che farsi consumare, magari anche da qualche alleato di governo improvvisamente incline a distinguersi. È in questo spazio, ancora incerto ma già riconoscibile, che si misura la responsabilità del cosiddetto campo largo. Se davvero esiste la possibilità di tornare competitivi, non sarà sufficiente evocare l’unità come un mantra. L’unità, senza un metodo, è solo una fotografia sfocata. Serve un processo. E il processo, in politica, ha un nome antico e spesso abusato: primarie. Abusato, appunto. Perché le primarie italiane hanno già mostrato tutte le loro fragilità. Hanno saputo entusiasmare, ma anche prestarsi a operazioni poco nobili. Hanno aperto la partecipazione, ma talvolta senza difese, esponendosi all’influenza di elettori esterni più interessati a indebolire che a scegliere. E hanno consegnato un potere sproporzionato a quei signori delle tessere dell’ultimo minuto, i capibastone che trasformano la democrazia in una questione di logistica. Se il campo largo vuole evitare di costruire l’ennesimo rito vuoto, deve avere il coraggio di immaginare primarie diverse. Aperte, sì, ma non ingenue. Inclusive, ma non manipolabili. È un equilibrio delicato, che si costruisce con regole semplici e insieme rigorosi. La prima è la preregistrazione. Non si vota entrando e uscendo con la leggerezza di chi sceglie un gelato. Ci si iscrive prima, online o ai banchetti, si lascia un segno, si accetta un tempo di raffreddamento. Non è una barriera, è una soglia. Serve a distinguere la partecipazione dall’incursione. La seconda è un contributo, simbolico ma non inedito. Nelle primarie recenti era già previsto un obolo di due euro, segno che il tema non è nuovo. La differenza, oggi, sta nel renderlo parte di un sistema più coerente e meno aggirabile. Non deve essere un gesto quasi rituale, ma un elemento tracciato e consapevole. Non serve a fare cassa, serve a dare un peso al voto. Anche una cifra minima, se inserita in un meccanismo più rigoroso, può contribuire a scoraggiare mobilitazioni organizzate che della partecipazione hanno solo la forma e non la sostanza. La terza è il modo in cui si vota. La scelta graduata, con preferenze multiple, ha il pregio di disinnescare i blocchi compatti. Non vince chi ha il pacchetto più disciplinato, ma chi riesce a risultare accettabile anche per chi non lo ama. È una piccola rivoluzione culturale, prima ancora che tecnica. Poi c’è la questione dei territori. Non si può consegnare la leadership a chi domina una sola roccaforte. Servono soglie minime diffuse, una geografia del consenso che impedisca a un candidato di vincere grazie a un feudo ben organizzato e al silenzio del resto del Paese. È un modo per restituire pluralità a una competizione che altrimenti rischia di essere decisa altrove. Infine, la garanzia. Una commissione indipendente, autorevole, capace di controllare, verificare, intervenire. Senza arbitro, ogni partita finisce per essere sospetta. E senza trasparenza, anche il risultato più limpido appare opaco. Non è un progetto perfetto. Non esistono meccanismi immuni da ogni possibile distorsione. Ma è un tentativo serio di rendere le primarie qualcosa di più di una scenografia partecipativa. Se il campo largo vuole davvero farsi trovare pronto a un’eventuale accelerazione della crisi politica, deve iniziare da qui. Darsi regole credibili per scegliere chi lo guiderà. Perché la differenza tra una coalizione che aspira a governare e una che si limita a sperarlo sta tutta in questo passaggio. Nel modo in cui seleziona la propria classe dirigente. Nel coraggio di accettare che la democrazia, per funzionare, ha bisogno non solo di apertura, ma anche di forma.

Giuseppe Cerullo

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