Meticoloso lavoro di ricerca effettuato dal prof.
Luigi Trinchillo
Dov’è
attualmente il “cappellone” di destra nell’antica Chiesa parrocchiale dedicata
a Santa Maria delle Grazie a Calvizzano, c’era, in origine, un campanile,
ridotto nelle dimensioni, ma rispondente alle necessità del momento. Esso,
scandendo le ore (all’inizio solo quelle piene e non anche i quarti), richiamava
il popolo alla partecipazione alle funzioni religiose e liturgiche, festive e/o
feriali, ma rivestiva anche un ruolo di riferimento civico e cittadino, potendo
essere utilizzato, altresì, per diffondere semplici, brevi ed inequivocabili
“messaggi” di allerta, di eventi straordinari, lieti o tristi (processioni
devozionali, scoppio/fine di un conflitto o di un motivato allarme, arrivo di
un personaggio importante, inaugurazione di un edificio pubblico, insediamento
di un nuovo parroco, accoglienza di un novello sacerdote, ecc.), capaci di
raggiungere e coinvolgere una massa notevole di popolazione. Si tenga conto che
parliamo di periodi storici ben anteriori a quelli dell’attuale “connessione
alla Rete”, o comunque precedenti alla comunicazione a distanza, mediante congegni
tecnologicamente avanzati. Inoltre, in un’epoca in cui il possesso di un apparecchio
personale di misurazione del tempo era un’eccezione davvero straordinaria, il
battere delle ore della torre campanaria, in un silenzio ambientale quasi
assoluto, scandiva la giornata operativa “laica”: quella dei pasti,
dell’inizio/della fine della giornata lavorativa, delle comuni abitudini di
vita delle famiglie e di ciascun cittadino; certamente, anche gli orari di inizio
di funzioni religiose, dell’amministrazione solenne di alcuni sacramenti, dei
vari momenti delle esequie e dei funerali dei fedeli defunti, ecc.
Da
notare che, per secoli, non esistettero congegni completamente automatizzati di
tipo meccanico o elettronico, per cui l’intervento del sacrista o di un addetto
che si prendesse cura dell’incombenza di “tirare le corde”, per suonare i
singoli rintocchi, era, in effetti, diuturno, continuo, quotidiano.
In
un centro relativamente minuto come Calvizzano, il campanile segnava (e lo fa
ancora!) una sorta di ideale collegamento rapido, per tenere unito il popolo:
non a caso, si parla tuttora di “campanilismo”, quando si vuole trasmettere un
modo di interpretare un evento, che coinvolge l’intimo di un gruppo locale,
motivato verso una finalità specifica.
In
molte culture del mondo antico, le campane erano sia strumenti puramente musicali
che di culto, il cui suono doveva chiamare a raccolta le persone, ma anche, e
addirittura, gli “esseri soprannaturali”. In tal modo, le campane stesse acquisirono
il carattere di simboli del culto.
È
il caso di ricordare che il campanile, quale elemento architettonico specifico,
fece la sua comparsa, nell’ambito degli edifici di indirizzo religioso o di uso
comunitario, come torre autonoma, staccata dal corpo principale della Chiesa,
in Occidente, solo intorno al VI secolo d.C. Più o meno contemporaneamente,
quindi, alla comparsa dei primi transetti, che conferivano ai luoghi di culto
la caratteristica forma a croce latina, divenuta poi tipica di moltissime
chiese in Europa, così come nel nostro Paese.
Con
le varianti assunte a partire da allora, nacque quel modello di pianta classica
dell’edificio ecclesiale, almeno dell’Occidente, rispetto al quale le
successive modifiche architettoniche ed ingegneristiche hanno solo variato lo
schema di base adottato.
Il
primitivo campanile della Chiesa di Calvizzano dedicata a Santa Maria Annunziata (poi ampliata e trasformata
nella Chiesa di “Santa Maria delle Grazie”),
svettante nella Via Oliva, oggi Via
Molino, andò anch’esso parzialmente danneggiato nella notte della Vigilia di
Natale del 1696, a causa di un inspiegabile incendio, che si propagò dall’oratorio
che era lì accanto, dove si riunivano gli iscritti ad un’antica “Confratanza”[1],
che, proprio a seguito di quel disastroso evento, decisero di staccarsi dalla
Chiesa mariana centrale, che svolgeva ormai le funzioni parrocchiali, essendo
stato quasi del tutto abbandonato il tempio degli inizi del X secolo d.C., dedicato
a San Giacomo, in quella via periferica, che ancora oggi gli abitanti del luogo
dicono “di Santo Jacolo” o di “Santo Jacono”, e di avviare la costruzione di
una nuova Chiesa, anch’essa dedicata al ricordo e alla venerazione di Maria,
sotto un altro titolo.
Separatisi
definitivamente dall’originaria sede, ormai divenuta di fatto “parrocchiale”,
nacque così quella che è tuttora conosciuta come “Congrega dell’Assunta”, posta di fronte alla Chiesa – madre, attualmente
e (si spera) solo momentaneamente preclusa al culto, per la necessità inderogabile
di effettuare urgenti e radicali lavori ed opere di consolidamento e di restauro
conservativo.
Pur
in modo ridotto, il Campanile antico annesso alla Chiesa/Cappella dedicata all’Annunziata fu mantenuto in uso ancora
per qualche anno, dopo il 1696, ma lo si dovette abbattere completamente nel
1712, quando prese fisionomia definitiva e grandezza adeguata il “cappellone”
di sinistra di Santa Maria delle Grazie,
che, unitamente al corrispondente opposto ed al corridoio alle spalle
dell’Altare Maggiore, arricchito, questo, di un prezioso lavabo marmoreo che ancora oggi si può ammirare in buono stato ed
efficienza, rese possibile assicurare uno squarcio magnifico per luminosità ed
altezza alla straordinaria cupola della Chiesa.
Ciò
consentì all’intero edificio religioso di assumere quell’esemplare aspetto “a
croce latina” che tuttora lo caratterizza.
Divenuta
inagibile ed inutilizzabile la precedente e ridotta torre campanaria, fu
necessario avviare i lavori per erigerne una nuova, più rispondente alle dimensioni
che la Parrocchiale era andata sempre
più maestosamente assumendo nel tempo.
Infatti,
a partire dalla Santa Visita effettuata dal Cardinale Francesco Carafa nel
1542, per le osservazioni critiche che quella Commissione Visitatrice segnalò,
in relazione alle condizioni dell’antica Chiesa recante il titolo di San Giacomo, le varie funzioni
liturgiche lentamente e progressivamente furono spostate da quella sede jacobea,
risalente agli inizi del X secolo, a quella più centrale, rispetto
all’espansione in atto del borgo, e staticamente più sicura, che era dedicata a
Maria Annunziata. Si cominciò col
trasferirvi le Sacre Specie, per garantirne
la protezione, l’igiene e soprattutto la dignitosa conservazione; poi, si
autorizzò l’ordinaria celebrazione della Santa Messa e delle funzioni
liturgiche festive; successivamente, con l’inaugurazione di un artistico Battistero interno, fu possibile conferire
questo fondamentale Sacramento dell’iniziazione cristiana nella
Vice-Parrocchiale di Santa Maria delle
Grazie. Il ruolo centrale della Chiesa mariana fu, pertanto, a tutti gli
effetti, ratificato dall’uso e dalle funzioni svolte. Si giunse, così, agli ultimi anni del XVII secolo, quando la
struttura e l’impianto attuale della Chiesa divennero definitivamente quelli
che ammiriamo.
Una
scossa di terremoto, verificatasi nel 1809, suggerì, inoltre, di abbandonare
completamente e definitivamente l’antico tempio intitolato all’Apostolo San Giacomo e trasferire de facto et de iure il titolo
parrocchiale nella Chiesa che si reggeva con Amministrazione laicale di Santa Maria delle Grazie.
Fu
nel 1713 che si avviarono i lavori per l’edificazione di un nuovo Campanile,
che avrebbe dovuto essere “all’altezza” della maestosa Chiesa, che era
cresciuta lì accanto e nella quale le opere d’arte di gran pregio erano già numerose:
dalle tre grandi tele di Nicola Vaccaro, a quella, splendida, collocata lungo
il soffitto a cassettoni, di Andrea Malinconico, alle due tele del Domenichino,
agli stucchi straordinari di Domenico Antonio Vaccaro, …
Tali
lavori si protrassero a lungo, tanto che, dai documenti, risultano non ancora completati
né esauriti nel 1746.
L’attuale
nostro Campanile ha una massiccia base quadrata, lunga 7 metri, con una bordura
di piperno che lo caratterizza decorativamente, essendo lo stesso tipo di
roccia e l’identico colore ripresi persino nelle scale laterali e nella base esterna
della facciata della Chiesa. Quattro colonnini di quella pietra vulcanica,
originariamente posti lungo la parte anteriore esterna della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, furono
riutilizzati e collocati alla base del campanile. La nostra torre campanaria svetta
in altezza per ben 45 metri, con una cuspide poggiante, fin dall’origine, su un
globo di rame, della circonferenza di 3,35 metri. Una banderuola, sovrastata da
una elegante croce in ferro battuto, dalla forma particolarmente elaborata ed
artisticamente riconoscibile, con un disegno quasi “a ricamo” raffinato, completava,
in origine, la struttura. La croce era alta ben metri 4,65 nel braccio
verticale e metri 1,55 in quello orizzontale. L’intero edificio era stato
ipotizzato, in realtà, di soli tre piani, con tre campane e con l’orologio destinato
a segnare e a battere esclusivamente le ore piene. La più grande delle tre
campane fu sistemata nel 1767. Lentamente si provvide poi alle altre. Così, solo
nel 1833, fu aggiunta una campana in grado di battere i quarti d’ora. Il quarto
piano, realizzato in un secondo momento, rispetto all’iniziale progetto, fu
completato e chiuso con un cupolino, la cui funzione architettonica di
abbellimento è ancora oggi evidente, benché sia venuto meno uno degli elementi
estetici forse più interessanti: il rivestimento in “riggiole napoletane”
policrome e patinate, che ne facevano spiccare la sagoma da chilometri di
distanza e lo rendevano davvero unico ed inconfondibile nel panorama nella
zona. Questo elemento estetico-architettonico, oggi scomparso del tutto, subì, in
effetti, tante offese dagli elementi meteorici da renderne difficile e poi
impossibile, la conservazione fino a noi. Il campanile, con la sua altezza,
attirava, infatti, fulmini in quantità e ciascuno di questi lasciava qualche piccola
traccia di sé: rottura di mattonelle, bruciature, piccole lesioni alla
struttura sottostante. Si continuò, pertanto, a porvi dei parziali rimedi nel tempo,
in modo sempre più difficoltoso, per armonizzare le nuove piastrelle con le
antiche. Inoltre, fu importante, per la conservazione statica dell’intero
edificio, un evento storico particolare: alla fine dell’estate del 1943, un
piccolo contingente dell’esercito nazista in ritirata, nella confusione di
quelle settimane cruciali che portarono agli eventi successivi all’8 Settembre, dall’altezza dell’antica
pineta, fece esplodere dei colpi di cannone, in direzione del secolare
campanile. Per fortuna, fu colpita solo la parte più alta e saltò la piccola campana
che, come è si detto, dal 1833, batteva i quarti d’ora, posta accanto a quella,
più antica, che, dal 1760, segnalava le ore piene. Nella memoria collettiva di
chi in quell’epoca era almeno adolescente, questo evento bellico è rimasto
indelebile ed oggi va inevitabilmente perdendosi, per la progressiva scomparsa
dei testimoni oculari di allora.
Ulteriori
oltraggi il campanile li subì nel 1962, ma soprattutto nel dicembre 1967,
quando dei fulmini scaricarono nuovamente la loro violenza elettromagnetica
devastante sul cupolino, spaccando di netto, addirittura, la pesante banderuola
metallica posta sul globo, che cadde al suolo nella piazza sottostante, per
fortuna, senza provocare vittime, data l’ora antelucana in cui il fatto si
verificò, sotto una pioggia battente. Alla successiva riparazione, si decise di
risolvere definitivamente il problema, con l’installazione di un parafulmine efficiente,
che, di fatto, l’ha preservato da ulteriori gravi fenomeni negli ultimi 50
anni. Anche la tradizionale banderuola fu resa più leggera ed agile. In tale
occasione, furono rimosse anche tutte le mattonelle policrome originali residue
(di colore verde, bianco, giallo), che andarono (quasi) interamente distrutte o
disperse: se ne conserva qualcuna, quasi reperto affettivo, nel Museo Parrocchiale
della nostra Chiesa. Anche solo ripensando ad una tale scelta, possiamo
valutare quanto e come siano migliorati, nell’arco di pochi decenni, il nostro
rapporto col patrimonio artistico-storico-architettonico locale e la nostra
sensibilità verso tutto ciò che ci è stato consegnato e tramandato da chi ci ha
preceduti ed ha pensato di lasciarci testimonianze ed esempi di grande bellezza
d’arte.
In
ogni caso, il nostro campanile, che pure ha resistito ai movimenti tellurici e alle
insidie degli elementi naturali, delle piogge acide e dell’inquinamento
atmosferico, anzi, perfino agli scoppi dei fuochi d’artificio dei ripetuti spettacolari
“incendi del simulacro del campanile”, degli ultimi 300 anni, attualmente
mostra in modo evidente, anche agli occhi di un osservatore distratto e non
specializzato, tutti interi i suoi tre secoli di “onorato servizio”: quello
svolto sempre con puntualità ed affidabilità.
Si
renderebbe, quindi, necessario ancor più che opportuno un buon intervento di
restauro, capace di ripristinarne l’antico splendore, per l’onore ed il vanto della
nostra comunità, piccola ma molto legata affettivamente alle sue tradizioni e
ai tesori materiali ed immateriali ricevuti “in usufrutto” dalle generazioni
locali che si sono succedute, nel tempo, sul suo territorio; in ogni caso, tesori
da non depauperare né da abbandonare, per incuria, al disfacimento[2].
Calvizzano,
Agosto 2018
[1] Il termine, ora in disuso, stava ad indicare
un’associazione di cittadini che si occupavano della parte burocratica ed
amministrativa di una Chiesa, con la particolarità che essa era autorizzata,
anche col placet delle Autorità, a
raccogliere le elemosine, le offerte e le donazioni, da utilizzare per finalità
specifiche e per provvedere al fabbisogno ordinario di assicurare un dignitoso
culto religioso. Nella sostanza, è ciò che comunemente fu definito, in epoca a
noi più ravvicinata, come una “congrega”.
[2] Non è certamente superfluo richiamare qui lo straordinario intervento
di Papa Francesco a favore della natura e dell’ambiente, che tutte le persone
di buona volontà hanno salutato
con gioia, per il suggerimento a mettere in atto ogni intervento capace di
conservare e trasmettere, a nostra volta, ai nostri posteri, quanto di bello ci
circonda, ricordando che ci è stato affidato in
comodato d’uso e non quale bene disponibile per ogni nostro capriccio o
bruttura. Intendo qui riferirmi, lo si sarà già compreso, all’Enciclica
recante la data della Pentecoste 2015, cioè, 24 Maggio 2015, dal titolo <Laudato si’>. D’altra parte, c’è ancora qualcuno che non condivide
l’opinione che sarà solo la bellezza che salverà il mondo dalla distruzione e dal disfacimento?