“Il miglio calvizzanese”: il racconto della storia di Calvizzano in un miglio di palazzi, chiese e monumenti. Un progetto culturale affinché il paese racconti sé stesso

 

Il comune di Calvizzano, come ormai è noto, soffre di un problema di identità. Una criticità che emerge chiaramente osservando il suo tessuto economico, ancora oggi sospeso tra un passato agricolo non più centrale, un impatto industriale poco significativo e un settore terziario che non ha mai conosciuto uno sviluppo davvero decisivo. Ma questa difficoltà è evidente anche sul piano culturale e nella valorizzazione del proprio patrimonio: Calvizzano tutela ancora troppo poco la propria storia e la propria identità e, talvolta, si è persino auto-relegata al ruolo di anonima periferia di Napoli. Eppure, la storia del paese è ogni giorno sotto gli occhi di tutti, come una serie di libri impolverati che basterebbe semplicemente riscoprire e leggere. È custodita nei palazzi, nelle chiese, nei luoghi ormai distrutti o profondamente trasformati rispetto al passato, nei monumenti. Per questo motivo, in questo articolo si parla del “Miglio Calvizzanese”: un itinerario di circa un chilometro e mezzo che attraversa il centro del paese e attraverso il quale è possibile raccontare Calvizzano nella sua interezza.

Vediamo quindi, nello specifico, quali sono i luoghi che compongono questo percorso.

PALAZZI CIVILI

1)    Arco della Masseria Fiorillo

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L’Arco era parte di una masseria seicentesca, abbattuta anni fa, che occupava e si estendeva per tutta quella che è l’area residenziale di via Pietro Nenni.
Quest’arco, oggi, è memoria di quello che era uno dei limiti dell’area cittadina storica, ma anche memoria del passato agricolo del paese.
La Masseria Fiorillo, confinante con il Palazzo Ducale (e appartenuta agli stessi proprietari), è anche legata per questo alla storia della Repubblica Napoletana del 1799.

1)    Palazzo Ducale

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Il Palazzo Ducale è il simbolo della storia feudale di Calvizzano: il comune, gravato dalle spese dell’Università da pagare al Regno di Napoli, decise di accettare la feudalità nobiliare di chi avrebbe quindi acquisito il casale. Nel 1669, don Francisco Carnero, ex Capitano delle Fiandre spagnole e Cavaliere dell’Ordine di Santiago (devoto quindi a San Giacomo, santo patrono di Calvizzano), acquisì il Casale divenendone Barone. Poco dopo, purtroppo, agli inizi del 1670 perì, lasciando il titolo prima al primogenito Antonio (in baliato alla madre Giuseppa Zufia y Quintano), e poi dal 1674 alla secondogenita Margherita Carnero, che nel 1681 sposerà il cugino Giovanni Pescara di Diano, duca di Saracena (trasformando così il titolo da Baronato a Ducato di Calvizzano).
Proprio in occasione di questa unione, nel 1681 fu edificato il Palazzo Ducale e la Masseria adiacente.
Il titolo di Duca di Calvizzano ebbe diritti feudali fino al 1809, con l’eversione della feudalità di Gioacchino Murat che abolì i regimi feudali. L’erede del titolo, il Duca Giuseppe Pescara di Diano, fece causa al neonato Comune di Calvizzano per ottenere il rimborso dei soldi spesi dal suo antenato per l’acquisizione del casale; e nel 1820 vi fu l’esproprio del palazzo. Il Palazzo Ducale fu prima acquistato dal sig. Antonio Abbate e poi dal sig. Giuseppe Fiorillo, di cui oggi detiene anche il nome la masseria adiacente.

Il palazzo è stato teatro di un importantissimo evento della Rivoluzione del 1799: qui infatti fu arrestato l’ammiraglio Francesco Caracciolo, cugino del Duca di Calvizzano. L’ammiraglio della marina borbonica, che decise di parteggiare per la Repubblica Partenopea dopo aver visto la rocambolesca fuga del re Ferdinando IV e l’affondamento delle navi della Marina, era infatti di casa a Calvizzano; e quando il re ripristinò il suo potere, aiutato dai Sanfedisti del Cardinale Ruffo di Calabria, per scampare alla vendetta venne a rifugiarsi a Calvizzano; dove però su spia di un servo fu scoperto e arrestato. Uno degli eventi più simbolici della fine della rivoluzione borghese del Regno delle Due Sicilie.

1)    Villa Carandante

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Villa Carandante è appartenuta a Girolamo Carandante, avvocato Principe del foro di Napoli e genero di Vincenzo Merolla, sindaco di Marano dal 1870 al 1888.
La villa fu data in dote alla figlia Maria per il matrimonio, avvenuto il 29 marzo 1911.
La villa è simbolo della potenza politica di certe famiglie del tempo: la famiglia Merolla era infatti una delle famiglie più importanti di Marano, ed era imparentata con una famiglia di Calvizzano, i Visconti. Vincenzo Merolla, in particolare, ebbe non solo il ruolo di sindaco di Marano, ma anche di Consigliere della Provincia di Napoli, divenendo quindi una figura cardine della politica a nord di Napoli.
La villa, oltre al cortile interno, è dotata di un bellissimo giardino, un tempo fiore all’occhiello dell’urbanistica calvizzanese, adoperata anche come luogo fotografico per i matrimoni in paese.

1)    Palazzo Visconti

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Palazzo Visconti è un palazzo del XIX secolo fatto costruire dalla famiglia dei Visconti, ramo cadetto dei Visconti di Milano che nel XVI secolo venne a stanziarsi a Calvizzano e Marano per gestire i propri commerci tra Milano e Napoli in un’epoca di insalubrità nella Capitale del Regno Borbonico.
Da famiglia ducale, si inserirono molto nel tessuto economico del paese, contribuendo economicamente alla costruzione della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove sono presenti infatti segni di gratitudine e anche lapidi funerarie.
I Visconti diedero anche dei Sindaci al paese: Carlo, tra maggio e novembre 1807, Luigi (fratello di Carlo), tra gennaio 1809 e giugno 1810, e Giulio (procugino dei precedenti), tra ottobre 1851 e dicembre 1859 e tra settembre 1861 e maggio 1863 (divenendo quindi il primo sindaco eletto in epoca unitaria).

1)    Palazzo Di Donato

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Palazzo Di Donato appartiene a un’altra famiglia storica di Calvizzano, i Di Donato. Famiglia di notai trasferitasi nel ‘600 da Giugliano, è stata una delle famiglie più importanti del paese, presente da sempre nella politica e nell’amministrazione cittadina.
I Di Donato hanno dato a Calvizzano ben cinque sindaci. Tra i membri della famiglia famosi più recentemente, sono da ricordare Gennaro Di Donato, primo prefetto della provincia di Viterbo e commissario straordinario di Palermo e Taranto; Giulio Di Donato, nipote di Gennaro, ex deputato, ex vicesindaco di Napoli durante la giunta Valenzi e figura storica del PSI.

1)    Palazzo San Liguoro

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Il Palazzo San Liguoro (o Liguori) ha origini molto antiche: in un documento del 1021 del monastero di San Gregorio Armeno (detto anticamente anche Ligorio, e quindi in napoletano Liguoro) risultavano già delle proprietà terriere nel territorio di Calvizzano. L'ingresso del palazzo è definito da un grande arco, detto appunto "Arco di San Liguoro", in cui è incastonata una mattonella in maiolica napoletana che raffigura l'immagine di San Gregorio Armeno.
Oggi, dell'antica masseria è rimasto ben poco; ma originariamente era molto più grande: secondo gli storici locali Cristofaro Agliata e Peppe Barleri, oltre l'attuale arco che sorge su via Conte Mirabelli (la antica via dell'Olmo o via San Jacono) ed abbracciava l'attuale fabbricato, vi era l'aia, il cortile, e si estendeva fino a ridosso dell'attuale piazza Umberto I. Inoltre, al palazzo-masseria erano annessi molti ettari di terreno per la coltivazione e l'allevamento.
A ridosso della piazza, di fianco a dove attualmente vi è la chiesa dell'Assunta, vi era anche una chiesetta dedicata a san Liguoro, prima proprietà del Monastero e risalente a ben prima dell'anno 1000. La cappella di San Liguoro fu aperta al culto fino al 1819, quando, ormai fatiscente, fu abbandonata. Parte del suo fabbricato è ancora presente nella proprietà, ma è stata demolita per costruire abitazioni.
I fabbricati d'età più antica, situati a nord, sono fatiscenti.

1)    Palazzo Revenaz

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Palazzo Revenaz è uno dei palazzi signorili più recenti, in quanto pare risalga al 1899.

Appartiene alla famiglia Revenaz, una delle famiglie a loro volta più recenti che si sono stanziate in paese: pare infatti provenga dalla Francia.
La famiglia, spostatasi a Napoli nei primi anni del ‘900, verso il 1910 era già abitante a Calvizzano. I Revenaz hanno dato alla città ben due sindaci, entrambi di nome Alfredo, padre e figlio.
Alfredo padre fu l’ultimo podestà di Calvizzano, da giugno 1938 a settembre 1943. Come podestà, durante la guerra e l’arrivo dei tedeschi fu protagonista di un gesto eroico: in seguito all’uccisione di un soldato tedesco, interrato sul ciglio della strada dell’attuale Viale della Repubblica, all’ingresso del paese tra Qualiano e Marano, gli fu chiesto di consegnare alle milizie tedesche dieci calvizzanesi per fucilarli in segno di rappresaglia. Per fortuna, il capitano tedesco parlava la lingua francese, lingua che Revenaz conosceva, e convinse il generale tedesco che si era trattato di un attentato commesso da forestieri, offrendo anche la sua vita in pegno nel caso si fosse ripetuto un altro episodio del genere.
Alfredo figlio, invece, figura della destra locale e iscritto alla DC, fuoriuscì dal partito e nel 1965 vinse le elezioni a sindaco a Calvizzano con la lista “La Campana”, governando fino al 1973. Durante queste due consiliature, il comune iniziò i lavori per la Casa Comunale, la scuola media Marco Polo e il Campo Italia. Nella seconda consiliatura, divenne anche consigliere comunale Giulio Di Donato, nelle fila del PSI.
Entrambi svolsero la professione odontoiatrica, rendendo Palazzo Revenaz sede del loro studio, che oggi è ancora aperto e portato avanti da Bruno Revenaz, figlio di Alfredo jr.

1)    Palazzo Ruggiero

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Dinanzi Palazzo Revenaz, vi è Palazzo Ruggiero. È uno dei tre palazzi della famiglia Ruggiero presenti in paese: un altro si trova in via Ritiro, e un altro ancora in ingresso al paese, sull’incrocio con il Corso Italia.
La famiglia Ruggiero è una delle famiglie signorili originarie proprio di Calvizzano, presente addirittura nei documenti medievali più antichi del monastero di San Gregorio Armeno sui territori di proprietà a Calvizzano.
Famiglia antica di appaltatori pubblici, hanno dato a Calvizzano cinque sindaci, con una curiosità: ben tre di questi si chiamavano Luigi. Il primo fu l’ultimo sindaco in epoca borbonica, il secondo, suo nipote, fu l’ultimo sindaco prima dell’avvento del Fascismo, e il terzo, figlio del fratello del precedente, fu il primo sindaco dopo la fine del fascismo. Dopo di lui, vi fu Alfredo, cugino del padre dell’ultimo Luigi, che fu anche Amministratore dell’Orfanotrofio presente in paese, e Antonio, sindaco del PSI negli anni ’80. La famiglia Ruggiero però non ha dato solo figure politiche, ma anche sportive: figlio di Alfonso Ruggiero era infatti Giuseppe, detto Peppe ‘a frizione, pilota di Formula 2, che gareggiò con figure come Tazio Nuvolari e Achille Varzi e che partecipò a gare in tandem con Maria Teresa De Filippis, la prima pilota di auto da corsa donna.

1)    Palazzo Carandente-Iorio

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Palazzo Carandente-Iorio, un piccolo palazzo modesto in via Ritiro poco prima dell’ex-IPAB, non è un palazzo signorile qualsiasi: oltre ad appartenere a due famiglie importanti, è stato infatti la prima sede del Municipio comunale, dal 1809 fino agli anni della Seconda Guerra Mondiale.

1)    Palazzo Mirabelli

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Proprio all’ingresso del comune di Calvizzano, si trova Palazzo Mirabelli. La famiglia Mirabelli è una delle famiglie storiche di Calvizzano, che ha dato al paese grandissimo lustro: al paese, infatti, ha dato diversi prelati e anche figure politiche; con membri che hanno anche avuto incarichi nazionali e che hanno fatto letteralmente la storia.
Ricordiamo innanzitutto tra i prelati don Annibale Mirabelli, che fu parroco della Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Calvizzano fino al 1806, quando in piena epoca murattiana fu arrestato. Costui, purtroppo, morirà nel forte di Compiano a Genova: fu arrestato assieme ai fratelli Salvatore (anch’egli prelato) e Gennaro e ai nipoti Domenico e Giacomo perché accusati di aver detto che i borbonici si sarebbero ripresi Gaeta, occupata dai francesi. Accuse che pare fossero frutto di una congiura ma che causarono il loro esilio fuori dal Regno di Napoli. Ricordiamo poi anche Monsignor Antonio Mirabelli, colui che fece costruire il palazzo, che fu un importantissimo latinista dell’Ottocento, compositore del “Petreidos”, un poema dedicato a papa Pio IX che gli valse il titolo di Protonotaro Apostolico, e professore emerito di Lingua e Letteratura Latina all’Università di Napoli. Per quanto riguarda le figure laiche, i Mirabelli diedero a Calvizzano quattro sindaci, ma soprattutto diede a Calvizzano un illustre giurista e senatore: Giuseppe Mirabelli. Nato nel 1817 e morto a Napoli nel 1901, fu un brillante avvocato ma soprattutto un importante figura della Magistratura: divenuto Giudice della Gran Corte Criminale (ovvero della Corte Penale) di Napoli, dopo i moti del 1848 fu indicato come “liberale” per le sue posizioni politiche e per questo privato del ruolo. Continuò con l’avvocatura fino all’Unità d’Italia, dopo la quale riprese a collaborare con la neo-costituita magistratura unitaria e collaborò alla stesura del nuovo Codice Civile e Penale italiano. Divenuto Presidente della Corte di Cassazione di Napoli, fu messo a riposo nel 1892 per limiti d’età, con un sentito ringraziamento del Re d’Italia Umberto I che per il lavoro svolto gli concesse il titolo nobiliare di “Conte”. Fu brevemente deputato nel 1861, poi destituito per eccesso di parlamentari; nominato senatore nel 1867, ricoprì la carica fino alla sua morte, e fu anche Vicepresidente del Senato tra il 1873 e il 1874.
Per quanto riguarda i sindaci di Calvizzano, erano tutti suoi parenti stretti: il padre Domenico (sindaco dal 1833 al 1839), il fratello Annibale (sindaco dal 1845 al 1851 e dal 1874 al 1896, quando morì), il figlio Domenico (che ereditò il palazzo da Monsignor Antonio, suo zio, e sindaco dal 1896 al 1899) e infine suo nipote Gennaro (figlio di Domenico, che fu Podestà di Calvizzano dal 1929 al 1938).
Quest’ultimo permise la costruzione del Monumento ai Caduti di Guerra, inaugurato nel 1934.
Oltre a questo palazzo, vi era anche la villa di residenza del Conte Mirabelli (a cui è dedicato il corso principale dal 1895), proprio all’incrocio con il Corso Italia.

1)    Villa Vulpes-Pignatelli

                                                               Foto di Carmine Cecere

Seppur ricadente nel territorio di Mugnano, Villa Vulpes-Pignatelli è comunque un simbolo nella storia del comune di Calvizzano. Inizialmente chiamata “Masseria del Monaco” perché zona di proprietà del Monastero di San Pietro ad Aram di Napoli, a inizio Ottocento fu acquisito dal Principe Giovanni Antonio Capece Zurlo, nobile mugnanese. Proprio in questo periodo, fu promulgato l’Editto di Saint-Cloud, per cui divenne vietato seppellire nei pressi e sotto le pavimentazioni delle chiese e si dava diritto a tutti a una sepoltura riconoscibile e dignitosa; per questo i comuni di Mugnano e Calvizzano, piccoli e non in grado di sostenere il costo di un’opera del genere in autonomia, si consorziarono per creare il primo Cimitero comunale, acquisendo dalla proprietà dell’attuale Villa Vulpes i terreni per il cimitero.
Nel 1841, l’area della Masseria del Monaco fu acquisita da Benedetto Vulpes, medico di Pescocostanzo (AQ) che si distinse durante l’epidemia di colera del 1836 per la solerzia con cui curò gratuitamente molti ammalati nell’Ospedale della Consolazione (nella chiesa di Santa Maria della Consolazione) e per cui fu nominato Cavaliere della Croce di Francesco I di Borbone.
Benedetto Vulpes trasformò quella che era una proprietà adoperata solo per la coltivazione in una villa di campagna vera e propria; nel 1842 concesse parte della proprietà per la prima estensione del cimitero e nel 1884 cedette alla Provincia di Napoli la proprietà della strada che porta al cimitero, quella che oggi è via Mugnano-Calvizzano e che, secondo la nuova toponomastica mugnanese, sarà dedicata proprio a Benedetto Vulpes. La figlia di Benedetto Vulpes, Amalia, sposerà il Gennaro Mirabelli, podestà di Calvizzano.

EDIFICI SCOLASTICI

a)    Edificio Scolastico “Armando Diaz”

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I primi tentativi di creare un edificio scolastico a Calvizzano risalgono al 1911, per mano del sindaco Alfredo Di Donato. L’edificio fu inaugurato il 31 maggio 1934 e dedicato ad Armando Diaz, generale della Grande Guerra che seppe rilanciare l’offensiva italiana dopo la disfatta di Caporetto e con legame familiare a Calvizzano, essendo sposato con Sarah De Rosa Mirabelli, una delle nipoti del Conte Giuseppe.

a)    Ex-IPAB/Orfanotrofio

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Tra le opere architettoniche religiose presenti nel territorio, vi è anche un edificio ex-IPAB in zona Rione Case Cavallo (oggi Via Ritiro), nato il 5 ottobre 1788 come orfanotrofio grazie all’interesse del duca Giovanni Battista Pescara e del reverendo don Paolo Sambuca di Atella. A partire dal XIX secolo l’orfanotrofio prese il nome di Ritiro (da cui poi ha preso nome la toponomastica successivamente). Nel 1927, per interesse di Alfonso Ruggiero, membro dell’amministrazione dell’Orfanotrofio, fu aperta una scuola materna, che poi divenne anche elementare e che è rimasto aperta fino al 2019 come istituto delle Catechiste del Sacro Cuore di Gesù, dedicato a Santa Suor Giulia Salzano (a cui è nominato anche il piazzale antistante).

Oggi è destinato a diventare sede della Caserma dei Carabinieri.

EDIFICI ECCLESIASTICI

I)    Chiesa di Villa Margherita

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La chiesa sorge nei pressi del corso principale, all'interno dell'edificio di "Palazzo Fiorillo" (cioè il Palazzo Ducale). Secondo lo storico locale Raffaele Galiero, la sua costruzione risale a prima del 1534. Secondo gli studi dello storico locale Luigi Trinchillo, era dotata di un solo altare, posto di fronte alla porta d'accesso, e di un coretto di legno, per i patroni dell'edificio. Presentava sull'altare un quadro devozionale, che ritraeva Santa Margherita. Risulta in uso come luogo di culto fino almeno al 1850, anno in cui vi fece visita il cardinale Riario Sforza. Attualmente è abbandonata: adoperata come magazzino e anche altre attività, oggi è chiusa, non raggiungibile perché le scalinate d’ingresso sono state rimosse. Rimane di questo edificio la porta cinquecentesca, in condizioni precarie.

I)    Chiesa di Villa Carandante

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Villa Carandante possiede anche una cappella gentilizia, che affaccia proprio sul corso principale del paese.
Attualmente è chiusa e non è ristrutturata, ma in passato era frequentata soprattutto per i festeggiamenti del Corpus Domini.

I)    Chiesa di Santa Maria delle Grazie

La Chiesa di Santa Maria delle Grazie è la chiesa principale del paese. È sorta nello stesso luogo dove sorgeva l’antica chiesetta di Santa Maria Annunziata: essendo questo edificio più antico abbastanza piccolo e non rispondendo più alle esigenze dei fedeli, nel 1550 l’arcivescovo di Napoli Mario Carafa autorizzò l’Universitas Calvizzani ad abbatterla e a costruire nello stesso luogo questa nuova chiesa.
La costruzione fu iniziata nel 1580; l’edificio fu benedetto nel 1596 e terminato nel 1608 (anche se per il completamento della sagrestia fu necessario aspettare fino al 1746). Fu una chiesa laicale, in quanto venivano eletti 25 governatori laici che si interessavano dello stabile, del culto e di tutto ciò che occorreva (l’amministrazione laicale fu abolita nel 1972). Tra i membri del governo laico, vi erano Alfredo Di Donato e Alfonso Ruggiero. Dal 1809 è sede della parrocchia di San Giacomo Apostolo Maggiore, trasferitasi qui definitivamente in seguito all’abbandono e alla rovina della chiesa di San Giacomo.
La chiesa presenta una pianta a croce latina a navata unica, lungo la quale si sviluppano un totale di sei cappelle divise per i due lati. Possiede una maestosa cupola, probabilmente disegnata e costruita dall’architetto e scultore napoletano Domenico Antonio Vaccaro, al quale certamente è da attribuire la decorazione a stucco. Tra i dipinti presenti, quelli di Nicola Vaccaro e Andrea Malinconico. Agli angoli, della navata è presente lo stemma dei Visconti; ed è presente anche un altarino dedicato a San Giuseppe Moscati, che veniva a Calvizzano a pregare perché amico della famiglia Morra.
All’esterno, vi è il campanile: presenta una bordura di piperno e quattro colonnini, sempre di piperno, prelevati dalla facciata della Chiesa per decorarla. Alto 45 metri, ha la cuspide poggiante su un globo di rame. L’intero edificio fu ipotizzato di tre piani, con tre campane e con l’orologio a 6 ore (successivamente si aggiunse un orologio moderno). Nel 1833 fu aggiunta la campana per i quarti d’ora. Il quarto piano, realizzato in un secondo momento, fu completato e chiuso da un cupolino con abbellimento in riggiole napoletane policrome e patinate (dal 1967 non più presenti e sostituite da asfalto verde). Il Campanile, originariamente più piccolo, andò in parte danneggiato nella notte della Vigilia di Natale del 1696, a causa di un incendio; e fu ricostruito nel 1713. Nell’estate del 1943, un contingente dell’esercito nazista, nella confusione degli eventi successivi all’armistizio, fece esplodere alcuni colpi di mortaio in direzione della torre campanaria. Nel 1962 e nel 1967 fu parzialmente danneggiato da fulmini, ma fu ristrutturato e dotato di parafulmini.

I)    Congrega dell’Assunta e di San Ciro Martire

La Chiesa della Congrega dell’Assunta e di San Ciro Martire è una chiesa presente poco distante da quella di Santa Maria delle Grazie. Come indicato dall’iscrizione in latino presente sulla porta d’ingresso, l'edificio fu fatto erigere dalla Congrega dell'Assunta nel 1701, per dotarsi di un luogo di culto privato dove svolgere i propri riti religiosi, a seguito della distruzione della cappella, costruita nel 1620 nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, in cui svolgevano i propri riti, a causa di un incendio nel 1696. Fu benedetta il 21 ottobre 1703. Nel 1818 fu ristrutturata.
La facciata presenta, a incorniciare l'unico ingresso centrale, scolpite delle file di colonne ioniche, prospetticamente poste a rilievo come se volessero rappresentare le colonne di un tempio antico. Su di esse "poggia" il parapetto, su cui affacciano due finestre laterali e un finestrone, centrale, con una rappresentazione religiosa. Al di sopra di esso, infine, vi è un ulteriore finestra a occhio, posta nella parte frontale del tetto spiovente.
È costituita da una sola navata, con l'abside in fondo al lungo locale. La pavimentazione originariamente era in cotto rosso e Inizialmente presentava l'altare in pietra posto in modo tale che la messa fosse svolta dal sacerdote dando spalle ai fedeli; poi nel 1886 fu abbellito l'antico altare con nuovi marmi e staccato dal muro, il pavimento fu ricoperto di mattonelle marmorizzate ed eliminata la balaustra marmorea che separava l'area dei fedeli da quella dei Confratelli. Negli anni ’70 fu costruito un secondo altare frontale e sulla parete sovrastante l'antico altare fu creata una nicchia per ospitare l'immagine di Maria Assunta in cielo, avente ai piedi piccoli angeli a sostenerla. Lungo la navata centrale, per molto tempo, ci fu unicamente una nicchia, poco discosta dall'altezza della balaustra, sul lato sinistro, ed accoglieva la statua di San Ciro Martire. Ai lati dell'immagine di Maria Assunta, vi sono due edicole lignee, che ospitano le statue di Sant'Antonio da Padova e San Giuseppe. Un piccolo coro, realizzato in legno, è posto sul portone d'ingresso e, da esso, l'organista accompagnava le funzioni. Accanto all'ingresso, un piccolo ambiente consente ancora oggi di suonare le campane, allocate in una ridottissima torre campanaria.

I)      Chiesa di San Francesco Saverio

All’interno dell’ex-IPAB, è presente una chiesa dedicata a San Francesco Saverio. Fu costruita a partire dal 1818, e dal 23 agosto 1826 è privilegiato perpetuo. Sin dal principio fu arricchita delle statue dell’Addolorata e di S. Francesco Saverio: vi sono alcuni reliquari con le dovute autentiche.
La Chiesa ha cinque altari; quattro sono di legno, l’altare maggiore è di marmo, dedicato alla Vergine Addolorata.

I)    Chiesa di Palazzo Mirabelli

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Di fianco a Palazzo Mirabelli vi è la Cappella gentilizia dei Mirabelli. Secondo quanto dice l’iscrizione presente sulla cappella, fu costruita nel 1848, prima quindi del palazzo stesso.
Un tempo era arredata di ogni oggetto necessario per la dignitosa e rituale Celebrazione liturgica dell’Eucaristia, con addirittura un soppalco con harmonium e spazio per una ridotta corale. Fino a prima del Terremoto dell’Irpinia, vi si celebrava anche messa. Essenziali le pareti, con poche immagini religiose presenti nel locale adibito alle celebrazioni, con una bella lapide marmorea ottocentesca sulla parete di destra entrando e, soprattutto, una splendida icona dell’Immacolata, realizzata addirittura prima della proclamazione ufficiale del dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine e risalente al 1854. L’icona però fu trafugata, assieme a vari addobbi settecenteschi dell’annessa sacrestia, durante le opere di restauro post-terremoto.
La cappella ha avuto anche recentemente un’altra ristrutturazione.

I)     Chiesa di San Giacomo Apostolo

La Chiesa di San Giacomo Apostolo era una delle chiese più antiche della zona, già citata in un documento del 911. È sorta presso una monumentale tomba di epoca romana, quella (poi trafugata) di Caio Nummio Costante, militare membro della guardia pretoriana. Fu la prima chiesa a Napoli e nel napoletano, dedicata al santo, scelto come patrono; e una delle prime chiese d’Europa dedicata al culto di San Giacomo.
La "ecclesia Sancti Jacobi" fu elevata nel 1337 dall'arcivescovo di Napoli Giovanni III Orsini ad arcipretura, con giurisdizione su dieci parrocchie dei casali vicini ad montes (da Piscinola a Panicocoli, odierna Villaricca); il suo clero, inoltre, interveniva incoronato di rose alla messa pontificale della prima domenica di maggio in onore di san Gennaro. La chiesa perse il titolo nel Cinquecento, per trasferirlo alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Capodimonte.
Nel 1809 la chiesa di San Giacomo fu abbandonata e andò in rovina, così la cura parrocchiale fu definitivamente trasferita nella chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Nel 1983 la chiesa fu demolita, e furono ritrovati resti archeologici di una villa romana, risalente al I secolo d.C. Tuttavia, per mancanza di fondi, la Soprintendenza ai beni archeologici si vide costretta a ricoprire il tutto. Parte dei resti della chiesa è oggi sotto via Raffaele Granata.

                                                        L’area oggi. Fonte Apple Maps

ALTRO

A)  Monumento ai Caduti

Il Monumento ai Caduti di Guerra fu inaugurato il 6 giugno 1934, alla presenza del conte Domenico Mirabelli, podestà di Calvizzano, il cardinale Alessio Ascalesi, arcivescovo di Napoli, Umberto di Savoia, allora principe di Piemonte, il parroco don Antonio Di Sabato e l'avvocato Raffaele Stalj, presidente dei Combattenti di Napoli, che pronunciò il discorso ufficiale. Si tratta di una monumentale edicola in tufo, composta da quattro pilastri, collegati tra loro da archetti, decorati con fastigi in piperno. Al centro del prospetto principale si trova la lapide marmorea con l'iscrizione commemorativa. L'iscrizione è sormontata da una stella in bronzo, simbolo dell'Italia. Sugli altri lati sono poste le lapidi recanti i nomi dei caduti calvizzanesi della prima guerra mondiale e successivamente aggiunti quelli del secondo conflitto.
All'interno dell'edicola è collocato un cannone sottratto agli austriaci durante la loro ritirata nel novembre 1918 e donato dal maresciallo d'Italia Armando Diaz, quando era Ministro della Guerra, al podestà, suo parente da parte della moglie Sarah De Rosa Mirabelli.

A)  Seconda sede del Municipio

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In Piazza Umberto I, di fianco la Chiesa, è presente un palazzo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni ’50 è stato sede del Municipio di Calvizzano. Il palazzo ospitava anche il Bar Centrale, chiuso agli inizi del 2010. Oggi il palazzo è stato completamente ricostruito: dopo aver subito infiltrazioni d’acqua, è infatti stato demolito.

                                                         Com’è oggi. Fonte Google Maps

A)  Ex biscottificio “Gagliardi”

Di fronte via Ritiro, dove oggi vi è una merceria, per quasi un secolo c’è stata la storia degli opifici calvizzanesi: tra fine Ottocento e inizio Novecento, infatti, a Calvizzano nacque una florida industria del biscotto. Prima con il biscottificio Castaldi, nato nei pressi di via Molino (dove quindi già avveniva la panificazione con il mulino comunale), e poi con il biscottificio Gagliardi, che si trovava proprio davanti via Ritiro. Tra il 1912 e il 1992, quel locale commerciale fu la sede unica dell’opificio aperto da Raffaele Gagliardi, che dopo aver trascorso nella sua giovinezza un apprendistato di pasticciere, durante il suo pellegrinare lavorativo, ebbe l’opportunità di conoscere un pasticciere francese dal quale apprese la ricetta e la tecnica per la preparazione dei biscotti; dando alla luce il vero e unico biscotto di Calvizzano. Il biscotto calvizzanese, un biscotto di pasta frolla con un filone di cioccolato in mezzo, era considerato non solo una primizia ma anche un ottimo alimento per la colazione dei bambini, tanto da essere consigliato anche dai pediatri al tempo e essere denominato “Biscotto della salute”; divenendo famoso non solo in tutta la provincia e a Napoli, ma arrivando anche a Milano. Non mancavano anche altri prodotti, come il “mascarino”, i taralli al limone, i dessert alle mandorle, le freselle al burro; e il biscottificio si distinse sempre per ospitalità anche nei confronti di altri cittadini, fosse per avere lavoro o vedere cotto/riscaldato il proprio pranzo sotto al calore del forno.
Con la morte di Raffaele Gagliardi, nel 1960, la produzione, a carattere familiare, passò al fratello Ciccio; ma con la sua morte prematura alla fine del 1991, il biscottificio chiuse i battenti.
Negli anni 2000, divenne sede della Biblioteca Comunale, dedicata a don Giacomo Di Maria, che mantenne la sede lì fino al 2015.

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D)  Ex residenza del Conte Mirabelli

All’incrocio del corso principale di Calvizzano con il Corso Italia, dinanzi Villa Vulpes, oggi vi è un palazzo; ma anticamente vi era presente un’altra villa: la residenza del Conte Giuseppe Mirabelli. Continuazione delle proprietà dei Mirabelli, come il palazzo e la cappella gentilizia ancora oggi presenti, quella dimora fu anche il luogo di nascita del Conte e futuro Senatore. Probabilmente, proprio la vicinanza tra Villa Vulpes e Villa Mirabelli fece nascere quel tenero che portò a unirsi in matrimonio Amalia Vulpes, figlia del Cav. Dott. Benedetto, e Gennaro Mirabelli, nipote del Conte.

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E)  Ex fermata delle Tranvie di Capodimonte

Di fianco Villa Vulpes, in direzione Marano, vi è una pompa di benzina. Ebbene, questa pompa non è un luogo qualsiasi, ma era bensì la fermata di un tram.
Tra il 1889 e il 1960, infatti, nella provincia a nord di Napoli nacque e si espanse una rete tranviaria provinciale che, da Piazza Dante, arrivava a Capodimonte e, attraverso quella che era ai tempi una superstrada, ovvero via Santa Maria a Cubito, raggiungeva i comuni a nord. Queste linee, dette Tranvie di Capodimonte, avevano varie diramazioni, e raggiungevano il centro di Mugnano, di Marano e di Giugliano. Proprio quest’ultima linea, il cosiddetto Tram 60, raggiungeva Giugliano passando proprio per il Corso Italia; e così, poco prima dell’ingresso di Calvizzano, vi stazionava per far scendere i passeggeri per Calvizzano.

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F)  Ex stazione Mugnano-Calvizzano dell’Alifana

Addentrandoci poco in via Mugnano-Calvizzano, in direzione del Cimitero, al primo incrocio si nota un edificio a due piani con un grosso spiazzale. Questa è la stazione di Mugnano-Calvizzano della Ferrovia Alifana: la ferrovia fu inaugurata nel 1913, e collegava Napoli con i comuni dell’hinterland fino ai piedi del Matese, con capolinea a Piedimonte Matese (ai tempi chiamata Piedimonte D’Alife). La ferrovia era però divisa in due spezzoni: la parte alta, che da Santa Maria Capua Vetere raggiungeva Piedimonte, non elettrificata e ancora oggi esistente, e la parte bassa, che raggiungeva Napoli, attraversando Aversa, Giugliano, Mugnano, Marano e arrivando da Secondigliano e Capodichino fino a Piazza Carlo III.
La ferrovia fu attiva fino al 1976, quando fu sospesa per essere totalmente rinnovata. Questo rinnovo diede vita alla Linea Arcobaleno, il cui tragitto ormai non collega più anche Calvizzano.

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In conclusione, l’intero centro storico è pronto a raccontare le storie di famiglie, di eventi, di evoluzioni del paese, dalla produzione agricola alle casate nobiliari.

L’auspicio è quello che le istituzioni, una volta consci di questo potenziale culturale, lo valorizzino: potrebbe essere interessante un evento periodico che racconti e accompagni per il Miglio calvizzanese; ma sarebbe anche interessante renderlo una presenza fissa in città, con un sistema informativo interattivo fatto di targhe con QR code che spieghino la storia dei vari luoghi della città (come avvenuto in altri comuni e in alcune municipalità di Napoli, come al Borgo Orefici e al Vomero per mezzo della rivista “Storie di Napoli”).

Gianpaolo Cacciapuoti






































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